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lunedì 18 aprile 2016

Google, svelati i fattori del ranking



In una recente intervista, Andrey Lipattsev (Search Quality Senior Strategist di Google), ha rivelato alcuni ingredienti fondamentali della ricetta per il posizionamento

E’ come la ricetta della Coca Cola. Lo si dice per indicare qualcosa la cui composizione resta misteriosa e sconosciuta. E l’algoritmo che determina il ranking di Google rientra a pieno titolo in questa categoria. Almeno, vi rientrava fino a ieri, con i suoi oltre 200 ingredienti segreti. Da oggi, un po’ di meno. In una recente intervista in live streaming organizzata da Web Promo Expert, infatti, Andrey Lipattsev (Search Quality Senior Strategist di Google), è uscito allo scoperto e ha fatto nomi e cognomi. Nel dettaglio, ha parlato di contenuti e link che portano al sito. In quale ordine? Ora non esageriamo, non si può sapere tutto: “non c’è un ordine”, ha risposto Lipattsev.


Il che, sinceramente, non aggiunge più di tanto a quanto già sospettavamo. Piuttosto: e RankBrain che fine ha fatto? Il sistema di intelligenza artificiale ad apprendimento automatico, volto a superare le parole chiave e favore della ricerca semantica e dei contenuti di qualità, era stato indicato dai guru di Mountain View addirittura come il terzo fattore. Ora che conosciamo i primi due, verrebbe da dire che abbiamo fatto bingo. E invece no, perché nel frattempo RankBrain, pur restando importante, è stato declassato: potrebbe non avere lo stesso peso su tutte le query. Secondo quanto rilasciato da fonti interne a Google, infatti, RankBrain potrebbe avere un impatto sulle query recenti (ad esempio il 15% di query nuove digitate ogni giorno dagli utenti), e caratterizzate dalla coda lunga; ma avere un impatto molto minore, se non nullo, sulle query corte, vecchie e molto digitate. Insomma, RankBrain potrebbe essere il famigerato terzo fattore nelle prime, e non nelle seconde. Sulla questione, così si è espresso Lipattsev: “La questione del terzo posto è fortemente controversa. Prendete le cose con le pinze”.

venerdì 4 dicembre 2015

Destinations, lo strumento di Google per pianificare il viaggio da smartphone

Voli, orari, hotel, contatti, informazioni pratiche: il nuovo strumento raccoglie in un’unica interfaccia tutto ciò che serve per pianificare la propria vacanza

Viviamo nell’era mobile, si sa. Ormai il traffico on line a livello mondiale da smartphone e tablet ha superato quello da pc. E nel settore dei viaggi, rispetto all’anno scorso c’è stato un aumento di bel il 50% per quanto riguarda le ricerche, con un tempo medio di permanenza in diminuzione ma un aumento cospicuo dei tassi di conversione: come a dire, chi effettua una ricerca per una vacanza da smartphone ha le idee chiare e vuole trovare soluzioni.
A Mountain View, dove ovviamente hanno ben chiaro tutto questo, hanno capito qualcos’altro: che queste ricerche vengono spesso condotte in diversi momenti della giornata, nei momenti d’attesa, durante gli spostamenti sui mezzi pubblici, ed interrotte per essere riprese più tardi. Un modo di procedere frammentario, spezzato, per spizzichi e bocconi. Ed ecco allora la soluzione definitiva, uno strumento che permetta di raccogliere in una sola schermata del telefono tutto ciò che serve per pianificare la propria vacanza: questo strumento si chiama Destinations.
La peculiarità di Destinations è ben raccontata da Oliver Heckmann, il search engine vice-president del settore travel Google: “Offrire 10 link come risultati di ricerca non basta per dare agli utenti mobile le informazioni di cui hanno bisogno. Pianificare un viaggio significa molto più che prenotare un aereo e un hotel. Il nostro obiettivo è di rendere la pianificazione del viaggio più semplice. Così la gente avrà più tempo per dedicarsi alla scelta e alla fase del sogno.”
La fase del “sogno”, particolarmente potente ed evocativa, sembra avere un ruolo rilevante in Destination, con un’intera area dedicata colma di idee di viaggio organizzate per indice di popolarità e gallerie di immagini e contenuti multimediali (il che ricorda ciò che avveniva già anni fa su I go U go, ora chiuso). Seguono ovviamente la fase della pianificazione, con tanto di calendario per suggerire le date meno costose, e quella della prenotazione, integrata con Google Flight Search e Google Hotel Finder per acquistare direttamente on line tutto ciò che serve.

Destinations è ancora in fase beta (e solo in Inglese), ma Heckmann promette novità e sviluppi presto in arrivo, come la possibilità di combinare prezzo del volo e dell’hotel per calcolare in automatico la combinazione più favorevole. Insomma, le premesse sembrano essere interessanti. Destinations potrebbe dare la spinta definitiva alle ricerche e prenotazioni di viaggi da mobile, il che avrebbe due grosse conseguenze: un notevole guaio per tutti gli attori, spesso giganti globali, che vivono di intermediazioni (dalle OTA ai metamotori di comparazione); e una spinta, per le strutture anche piccole, a ottimizzare la propria presenza on line su mobile, a cominciare da un buon sito responsive.

lunedì 16 novembre 2015

Google, arriva RankBrain


Il nuovo sistema di intelligenza artificiale arriva dopo anni di studio e va nella direzione di superare le parole chiave e favore della ricerca semantica e dei contenuti di qualità

Non è un nuovo algoritmo, ma dà una bella mano a quello esistente. Così, in estrema sintesi, si può riassumere l’arrivo di RankBrain, il sistema di intelligenza artificiale ad apprendimento automatico recentemente introdotto da Google.
Cos’è un sistema di intelligenza artificiale ad apprendimento automatico? In sostanza, è un sistema in cui il computer insegna a se stesso come fare qualcosa senza che gli venga insegnato dall’uomo. Affascinante ed anche un po’ inquietante (vengono in mente certi film di fantascienza, tipo Matrix), ma in questo caso non c’è da temere: RankBrain è volto unicamente a migliorare la qualità delle SERP di Google. A Mountain View sostengono addirittura che si tratta del terzo “segnale” più importante per determinare il posizionamento di un sito nei risultati di ricerca. Per la cronaca, l’algoritmo di Google tiene conto di oltre 200 di questi “segnali”, e il fatto che gli sviluppatori ci diano informazioni sull’importanza di questo qui nello specifico è indicativo, perché di solito custodiscono i segreti del sacro algoritmo più gelosamente di quanto ad Atlanta fanno con la ricetta della Coca Cola.
Gli sviluppatori di Google dicono poi che RankBrain è il prodotto di anni di studio e che, da buon sistema di intelligenza artificiale ad apprendimento automatico, più passa il tempo, più le sue performance migliorano.
Ma in concreto, tutto ciò cosa comporta per chi gestisce il sito web di una piccola struttura. In sostanza, RankBrain prosegue il lavoro iniziato da Google con il lancio dell’algoritmo Hummingbird: superare il concetto di ricerca basata su mere parole chiave ed avvicinarsi alla ricerca semantica, ovvero per gruppi di parole, frasi e concetti affini. La ricerca semantica, in altri termini, riesce a comprendere il vero significato di un intero testo, proprio come un lettore in carne ed ossa. Ciò implica una cosa sola: il ricorso alle singole parole chiave in modo meccanico ha sempre meno senso, e ad essere premiati sono sempre più i contenuti di qualità.

Ricchezza di contenuti e testi ben scritti sono quindi requisiti sempre più determinanti per migliorare il posizionamento del proprio sito aziendale nei risultati di ricerca di Google.

martedì 6 ottobre 2015

Google, ecco i tweet tra le Serp: cosa cambia per la SEO?

I cinguettii compariranno presto tra i risultati del motore di ricerca. Ecco le implicazioni per chi fa social media marketing per la propria struttura.

Il tweet qui sotto è del 21 agosto scorso. Come si può leggere, il botta e risposta tra i due colossi del web è abbastanza eloquente.
 Quell’ ”on desktop” si riferisce al fatto che ora i tweet compaiono tra le Serp anche per le ricerche effettuade da pc, mentre ciò avveniva già per le search da mobile. E in effetti, a dirla tutta, la presenza dei cinguettii di Twitter tra i risultati di ricerca di Google è tutt’altro che una novità. Già ai tempi di Google Realtime Search avveniva qualcosa di simile: la feature, oggi non più disponibile, permetteva di visualizzare risultati provenienti da social, blog e forum; e stiamo parlando addirittura del 2010.
Al di là dell’effetto novità, ciò che più conta è che oggi Google riserva una grande visibilità ai Tweet all’interno dei risultati. I cinguettii compaiono infatti, sia da mobile che da pc, come “carousel”, con tanto di pic del profilo dell’autore del tweet e link per visualizzare altri tweet relativi alla stessa query. In caso di immagine allegata, questa appare di grandi dimensioni. Insomma, un vero e proprio trattamento di favore, quello che Google pare riservare al social di Jack Dorsey e soci.

Tutto molto bello, insomma, ma la domanda che più interessa chi fa social media marketing per una struttura è: quali tweet compaiono nelle Serp? Posto che quando si parla degli algoritmi di Google bisogna sempre anteporre un “probabilmente”, in questo caso si parla di: personaggi o brand famosi e temi caldi. E’ evidente quindi che per un account collegato ad una piccola attività, magari con pochi follower, finire nelle Serp di Google con un tweet è complicato. A meno che non si sfrutti la visibilità di un evento o di un personaggio twittando su quell’argomento e ottenendo un gran numero di retweet: in questo modo, il tweet diventa popolare e può finire anche tra i risultati di Google. Conviene, insomma, twittare tenendo bene d’occhio i Trending Topics, ovvero gli argomenti del momento. Senza dimenticare che questo tipo di posizionamento è per sua natura effimero, e che tenderà quindi a sparire rapidamente dalle pagine di Google. Il segreto, neanche a dirlo, è sostituirlo rapidamente con un altro tweet su un tema “caldo”.

martedì 9 giugno 2015

Google, arriva il tasto “compra”

La nuova feature potrebbe comparire già nelle prossime settimane sui dispositivi mobile negli USA

Da motore di ricerca più utilizzato al mondo, a on line store più grande del web: amazon è eBay hanno di che tremare. Secondo quanto scrive il Wall Street Journal, infatti, Big G starebbe per lanciare il “buy button” sui dispositivi mobile degli utenti USA già nelle prossime settimane.
Come funziona? IL “Buy button” dovrebbe essere collegato alle inserzioni sponsorizzate, sotto all’etichetta “Shop on Google”. Cliccando sull’offerta, si giungerà ad una landing page dove sarà direttamente possibile perfezionare l’acquisto. Sempre secondo il Wall Street Journal, quelli di Mountain View starebbero implementando una vasta gamma di opzioni per l’inserimento dei dati ed il pagamento on line, al fine di rendere le procedure snelle e facili da portare a termine anche dagli schermi degli smartphone più piccoli.
Gli altri grossi store on line, come Amazon ed eBay, hanno di che tremare per via di una grossa differenza tra i loro sistemi di vendita on line e quello di Google: Big G, infatti, non tratterrà commissioni, e l’intero importo della vendita andrà all’inserzionista, che quindi dovrà pagare “solo” l’annuncio sponsorizzato (e ovviamente sta a lui far sì che questo sia efficace, mediante gli strumenti che Adwords mette a disposizione per l’analisi della domanda e la profilazione del target, come il Keyword Tool).
Avrà un qualche impatto, tutto questo, per chi gestisce la presenza on line di una struttura ricettiva, o di una piccola attività agroalimentare? Difficile dirlo. Di sicuro, però, quella che sta per arrivare da Mountian View è una rivoluzione nel mondo degli acquisti on line: conviene restare sul pezzo e non perdersi i prossimi aggiornamenti.

giovedì 23 aprile 2015

Google, arriva la rivoluzione mobile

Dal 21 aprile i siti mobile friendly diventano ufficialmente favoriti, e tra le serp possono comparire anche contenuti presenti in app indicizzate

La rivoluzione mobile, iniziata qualche anno fa, non si arresta. Anzi, quello che arriva in questi giorni è uno dei suoi momenti più importanti. Come annunciato da Google , infatti, i siti mobile friendly stanno per diventare ufficialmente favoriti, nel ranking delle serp, rispetto a quelli che non lo sono. Si tratta, a dire il vero, di una tendenza in atto da tempo, ma il fatto che quelli di Google ora lo dichiarino ufficialmente indica quanto l’usabilità da mobile stia loro a cuore. Avere un sito responsive, insomma, è diventato fondamentale.
L’altra rivoluzione riguarda la comparsa di contenuti presenti in app indicizzate tra i risultati delle ricerche. Anche in questo caso, gli sviluppatori di Mountain View sul loro blog parlano chiaro: “Quando effettuano una ricerca da dispositivi mobile, gli utenti dovrebbero ottenere i risultati più rilevanti e opportuni, non importa se le informazioni risiedono su pagine web mobile-friendly o su app. Dal momento che un maggior numero di persone utilizza dipositivi mobile per accedere a internet, il nostro algoritmo deve adattarsi a queste modalità d’uso”. Ecco perché risultati che rimandano ad una certa app potranno comparire per chi effettua ricerche in ambiente Android.
Come al solito, infine, quelli di Google hanno pensato a tutto: ecco quindi una guida per la creazione di siti web ottimizzati per il mobile, ed un test di compatibilità per verificare se il proprio sito soddisfa tutti i requisiti. Non resta che effettuare il test per il proprio sito web e, nel caso qualcosa ancora non fosse ottimizzato per il mobile, correre subito ai ripari.

martedì 24 marzo 2015

Google Trust: più fatti e meno link

Il motore di ricerca starebbe lavorando a un algoritmo in grado di premiare i siti che contengono dati di fatto e verità, piuttosto che molti collegamenti

Più fatti, meno link. Si può riassumere così, la filosofia che sta alla base dell’ultima novità made in Mountain View. La notizia è stata lanciata da New Scientist, e si basa su questo documento  redatto da sette ricercatori Google. Lo studio, il cui titolo è traducibile con “La conoscenza basata sulla fiducia – Stimare l’attendibilità delle fonti sul web”, indaga l’attendibilità di 5,6 milioni di siti e 119 milioni di pagine web incrociandone i contenuti con un database di 2,8 miliardi di “fatti” reali. L’idea è semplice: più una pagina contiene dati di fatto e verità, più guadagna fiducia e meglio viene posizionata sul motore di ricerca.
I link, in realtà, continueranno a pesare sul posizionamento di un sito. Soltanto, probabilmente lo faranno un po’ meno. Oltre ai fatti, del resto, come abbiamo già scritto qui, stanno acquisendo sempre maggior peso la semantica di un testo e la qualità della scrittura. Anche l’autorevolezza che un autore ha conquistato nel tempo sembra incidere sulla visibilità di un contenuto.
Insomma: l’algoritmo di ricerca Hummingbird punta evidentemente a mixare un cocktail di fattori al fine di dare visibilità ai siti che lo meritano davvero. La strada dei contenuti di qualità aperta anni fa, a quanto pare, procede spedita. Non resta che tenerne conto nelle pagine del sito web della nostra struttura.

martedì 17 marzo 2015

Guide Locali, la nuova feature di Google per il proximity marketing

Reinventa in chiave geosocial il marketing di prossimità e si presenta molto appetibile con il sistema a livelli che premia gli utenti più fedeli

Di marketing di prossimità ci siamo già occupati qui. Quella messa in campo ora da Google con le nuove Guide Locali, però, è un approccio completamente diverso al tema. Una sorta di rivoluzione in chiave social, verrebbe da dire. O meglio ancora: geosocial.
Già, perché iscrivendosi al nuovo servizio Guide Locali , l’utente entra in un meccanismo che ricorda da vicino l’aspetto più ludico, e competitivo, del più celebre dei Geosocial, ovvero Foursquare . Già, perché come scrive Google stesso, Guide Locali è “una community globale di esploratori che scrivono recensioni locali su Google”. Chi partecipa può diventare guida, ovvero un punto di riferimento per una determinata area, per tutti gli altri utenti. Cosa serve fare per diventare guida? Ovvio: scrivere il più alto numero di recensioni.
Un altro aspetto innovativo di Guide Locali è che non è più necessario possedere un account Google+ per parteciparvi: ci si può infatti anche loggare tramite Facebook e Twitter.
In sostanza, Guide Locali riprende il vecchio progetto “Google City Expert”, rendendone però più semplice l’accesso e molto più immediata la partecipazione e soprattutto l’ottenimento di riconoscimenti (su CityExpert occorrevano 50 recensioni per essere riconosciuto Esperto, oltre alla disponibilità ad assicurare almeno 5 successive recensioni al mese). Con Guide Locali è tutto molto più facile, come si può notare dai livelli di premiazione.

Il nuovo sistema, tra l’altro, permette di portarsi in dote le vecchie recensioni fatte con Google+, il che consente di sbloccare prima i vari livelli.
Ma dal punto di vista di chi gestisce una struttura ricettiva, tutto questo in cosa si traduce? Innanzitutto, può essere una buona pratica diventare Guida Locale e fornire consigli ed informazioni sui posti e i locali da visitare sul territorio. Il che può essere un buon modo, tra l’altro, per entrare in contatto con le altre Guide Locali dello stesso posto. Facendo loro notare che si gestisce una struttura. A quel punto, invitarle a scoprirla diventerà automatico, così come la successiva recensione da parte loro.
Insomma, il proximity marketing diventa (geo)social, e come sempre occorre cogliere la palla al balzo.

lunedì 16 febbraio 2015

Twitter trova l’accordo con Google: tweet tra i risultati delle SERP

Il social dei cinguettii e il colosso di Mountain View insieme per far apparire i tweet tra i risultati del motore di ricerca

Nei piani alti di Twitter si mugugnava da tempo. Prima il sorpasso da parte di Instagram per quanto riguarda il numero di utenti. Sorpasso che ha tra l’altro riportato alla luce un problema cronico del social dei cinguettii: al di là dello zoccolo duro di twittatori storici ed incalliti, c’è un grande numero di account inattivi, che in alcuni casi non hanno mai twittato. E il numero totale degli iscritti fatica a crescere. Poi, come se non bastasse, è arrivata la tegola delle dichiarazioni di Dick Costolo (qui ), che di Twitter è chief executive, a rigirare il coltello nella piaga del fenomeno troll e haters: “troppi attacchi on line, ormai siamo lo sfogatoio di violenti e frustrati”, dichiara Costolo. Che poi prosegue: “siamo incapaci di fermare i troll, me ne vergongo”. Un fenomeno che, tra l’altro, avrebbe il poco desiderabile effetto collaterale di allontanare una fetta considerevole di utenti.
Di fronte ad un quadro del genere, è legittimo chiedersi se valga la pena investire tempo per inserire Twitter nel piano di social marketing della propria struttura. E la risposta continua ad essere sì. Per superare le varie magagne, e soprattutto per far crescere il numero di utenti, Costolo e soci hanno infatti puntato al bersaglio grosso: Google. L’accordo stipulato col colosso di Mountain View prevede infatti che i tweet compariranno nelle SERP, ovvero nei risultati del motore di ricerca. Nei piani di Twitter, è questo il modo migliore per attirare nuovi utenti. Dal punto di vista di chi fa social media marketing, tutto ciò si traduce in un nuovo motivo per cinguettare: la visibilità. Via dunque ai tweet, usando le parole giuste per finire nelle SERP di Google.

lunedì 17 novembre 2014

Google e SEO: 5 consigli per produrre contenuti di qualità

Con l’ultimo algoritmo, il motore di ricerca ha affinato con cui giudica un contenuto di qualità. Conoscerli significa poterli sfruttare a proprio vantaggio

C’è una sola strada per ottenere visibilità sui motori di ricerca: produrre contenuti di qualità. E’ un mantra, quello dei buoni contenuti, e chi gestisce la visibilità on line di una struttura lo conosce bene.
Ma proviamo ad andare oltre: come fa, di preciso, Google ad individuare un contenuto di qualità? Se lo sono chiesti quelli di Econsultancy, e i risultati della loro ricerca sono interessanti: i più recenti algoritmi sviluppati a Mountain View hanno affinato le proprie armi, e ricorrono a criteri sempre più sofisticati per decidere se un contenuto è davvero di qualità, e quindi va premiato in termini di visibilità.
Dallo studio emergono 5 criteri fondamentali seguiti dal motore di ricerca: vien da sé che è quantomeno opportuno metterli in pratica, se si intende migliorare le performance del sito della propria struttura:

1- Contenuti olistici. Dove per olistico si intende “riferito ad un sistema complesso”. Tradotto: se le parole chiave che avete individuato per la vostra attività sono due o tre, non limitatevi a quelle. Cercate di usare anche i termini che direttamente o indirettamente hanno a che fare col vostro ambito d’azione. Occorre ragionare per gruppi di contenuti, insomma. Così facendo, si scopre in fretta che galassie di parole chiave attinenti ad argomenti differenti hanno quasi sempre termini in comune, il che permette di agganciare utenti che hanno effettuato ricerche per aree d’interesse anche molto differenti tra loro.
2- Lunghezza del testo. Sembra che a Google un testo piaccia né troppo lungo, né troppo corto. Secondo le ricerche più recenti, infatti, la lunghezza che ne ottimizza le performance in termini di SEO si aggira attorno alle 975 parole – 8313 caratteri: circa due cartelle di Word.
3- Leggibilità del testo. A Mountain View ritengono che un testo di facile comprensione vada premiato rispetto ad uno più ostico. Per farlo, hanno fatto ricorso alla scala di leggibilità Flesch. Per ottenere buone performance con i propri contenuti, occorre applicare la formula qui sotto, e cercare di ottenere un risultato che si assesti tra il 73 e il 74. Non è semplicissimo, ma sembra funzionare.
4- Meno pubblicità. I siti dove compaiono meno inserzioni pubblicitarie rispetto alla media, vengono premiati.
5- Più immagini. Le immagini, si sa, hanno un ruolo chiave nella comunicazione on line. I siti che ottengono le performance migliori ne hanno tra le 6 e le 8 per pagina.

Insomma, non resta che mettere in pratica i 5 punti riguardo al sito della propria struttura, e osservare i risultati.

mercoledì 29 ottobre 2014

Sito mobile, come deve essere e perché

Una serie di consigli per far rendere al meglio la versione mobile del proprio sito, direttamente da Google per Developers

“Gli utenti mobile tendono ad essere molto orientati all’obiettivo. Si aspettano di ottenere quello che vogliono da un sito mobile facilmente, immediatamente e alle loro condizioni. Per aver successo bisogna disegnare un sito avendo in mente il loro contesto e i loro bisogni senza sacrificare la ricchezza dei contenuti.”
E’ quanto scrivono quelli di Google for Developers nel loro studio pubblicato lo scorso aprile. Seguono una serie di consigli per rendere il sito mobile davvero user friendly ed efficace.
Innanzitutto, consigliano i tecnici di Mountain View, l’utente che accede al sito da smartphone dovrebbe essere reindirizzato in automatico alla versione mobile. Una volta atterrato sul sito, poi, l’utente deve trovare un menu principale chiaro, immediato e dalla grafica semplice.
Dal momento che chi accede al sito da telefono ha spesso qualche necessità ben specifica (prenotare, inviare un’e mail, cercare il numero di telefono della struttura per chiamarla), le relative call to action devono essere bene in vista, facili da raggiungere ed immediate da compiere. Google consiglia di posizionare i relativi pulsanti al centro della schermata. Particolare rilievo va dato al numero di telefono (spesso è l’unica informazione che cerca chi accede al sito di una struttura da mobile): dev’essere immediato da trovare, e soprattutto deve essere possibile far partire la telefonata con un solo tocco sul display (la classica icona della cornetta).
A proposito di display e schermate: i tipici gesti che tutti noi facciamo con le dita per “ingrandire” o “rimpicciolire” un contenuto su uno schermo touch rendono la navigazione da mobile un’esperienza unica, questo lo sappiamo. Ma per la relativa versione del sito della propria struttura, è bene che tutti i contenuti siano ben leggibili alla prima occhiata, senza bisogno di “allargare” con il tipico movimento delle dita a pinza. Immediatezza prima di tutto, insomma.
Infine, anche per la versione mobile del sito è fondamentale tenere d’occhio le performance tramite Google Analytics. I parametri da controllare sono gli stessi della versione desktop: basso tasso di rimbalzo, buon tempo di permanenza, buon numero di pagine visitate, e maggior numero di visite alla pagina con i prezzi o a quella con le call to action per chiedere informazioni o prenotare. Basta accedere all’Analytics del proprio sito e controllare la sezione “mobile”.
Un sito che soddisfa i requisiti elencati da Google for Developers, ed ottiene buone performance secondo Analytics, sarà efficace e user friendly anche da smartphone. Altrimenti, sarà il caso di correre ai ripari e chiedere ad un’agenzia di professionisti di creare una buona versione mobile, pena il rischio di restare indietro rispetto alla concorrenza, perdere traffico e, soprattutto, clienti.



lunedì 29 settembre 2014

Facebook Atlas: è guerra totale con Google

Il Social in blu lancia il proprio strumento per le global Ads e lancia la sfida a Big G per il predominio nella pubblicità on line









La pubblicità on-line, a livello globale, è ormai un affare da svariati miliardi di dollari. E la torta continuerà a crescere a ritmi vertiginosi. Basta dare un’occhiata al grafico qui sotto per rendersene conto.

 E’ evidente al primo sguardo come, ad oggi, il grosso della torta vada a Google, mentre agli altri non restano che le briciole. Bene, a quanto pare dalle parti di Menlo Park Zuckerberg e i suoi hanno tutte le intenzioni di muovere una guerra globale a Big G per conquistare fette sempre maggiori di questa torta multimiliardaria.
La storia in realtà incomincia nel febbraio del 2013, quando Facebook compra Altas, l’ad server di Microsoft. Il tool, in quel momento, incredibilmente funziona solo con un browser, Explorer. Gli sviluppatori di Menlo Park si mettono al lavoro ed oggi, a 18 mesi di distanza, presentano il loro nuovo strumento.
Atlas, oggi, è un tool che permette di far comparire Facebook Ads mirate non solo sul social in blu, ma ovunque nel web. Con la solita, chirurgica precisione nel targhettizzare l’utenza che ha fatto le fortune delle inserzioni pubblicitarie su Facebook. Lo strumento è disponibile su tutti i browser e anche su mobile, dove i cookie, generalmente utilizzati per tracciare il comportamento degli utenti da pc, non funzionano.
Finora, le pubblicità mirate sparse per il web sono state appannaggio di Google Adwords (e Adsense), e sono state lo strumento che ha consentito a Big G di accaparrarsi la fetta più grande della torta. Ora, con Atlas, Facebook lancia la sua sfida globale.
Chi avrà la meglio? E soprattutto, cosa converrà fare – e dove converrà investire – per chi gestisce una piccola struttura ricettiva? Come sempre, non resta che tenersi aggiornati e seguire gli sviluppi della vicenda, che non mancheremo di raccontare.

lunedì 30 giugno 2014

Google: le campagne Pay per Click fanno bene al marchio

Uno studio pubblicato da big G rivela che le PPC non servono solo a ricevere prenotazioni nell’immediato, ma aumentano la popolarità e fanno bene all’immagine
D’accordo: una ricerca condotta da Google dove si consiglia di fare pubblicità su Google non appare come l’apice dell’imparzialità. Però le cose che ci rivelano quelli di Mountain View nel loro articolo sono piuttosto interessanti.
Il concetto di partenza è semplice: chi fa una campagna Pay per Click su Google vuole ottenere vendite o prenotazioni nell’immediato. Vero. Ma spesso si sottovaluta che la campagna porta un effetto secondario, meno percepibile ma tutt’altro che da disprezzare: aumenta la brand awarness. Dove per brand awarness (letteralmente “conoscenza di marca) si intende la capacità, da parte della domanda, di identificare un particolare brand come la possibile risposta. In parole povere, la popolarità del marchio.
Per giungere a queste conclusioni, quelli di Google hanno condotto un esperimento su 800 utenti tipo in 12 ambiti differenti, tra cui ovviamente quello travel, per determinate parole di ricerca. E il risultato è che la brand awarness per le aziende che avevano fatto campagne PPC era stata dell’80% superiore rispetto a quella delle aziende che non le avevano fatte.
In conclusione: fare campagne pubblicitarie tramite Adwords fa evidentemente bene alla popolarità di una struttura nel lungo periodo, anche se non porta particolari risultati nell’immediato. Ne consegue che può essere utile investirvi periodicamente. Facendo bene attenzione, però, all’analisi della domanda e alla definizione del target di riferimento.

lunedì 16 giugno 2014

Google: arriva Nearby per esplorare i dintorni

L’app consentirà di scoprire amici e attività nelle vicinanze
Ne abbiamo dato notizia tempo fa per quanto riguarda Facebook, ora anche Google sta arrivando: con l’imminente app Nearby, con la quale i dispositivi Android potranno rilevare amici, attività commerciali ed altri dispositivi collegati presenti nelle vicinanze. Non solo: tenendo traccia delle attività degli amici presso negozi e strutture vicine, l’app sarà in grado di personalizzare gli annunci pubblicitari in base alle attività interessanti presenti in loco. Un ulteriore affinamento del cosiddetto “marketing di prossimità”.
Per rendere ancora più appetibile l’applicazione, quelli di Google l’anno dotata di una serie di funzionalità che vanno in direzione del cosiddetto “Internet delle cose”, e quindi permetteranno di gestire elettrodomestici, cancelli automatici e sistemi di illuminazione opportunamente connessi.
Così recita la nota ufficiale di Google: “Nearby permette di connettersi, condividere e interagire con persone, luoghi e cose vicino al possessore del device. Quando la funzione risulta attiva per il proprio account, Google può agire per la persona: può quindi accendere il microfono, attivare il wi-fi o il bluetooth e funzionalità simili su tutti i dispositivi attuali e futuri”.
La parte che ci interessa di più, va da sé, è quella relativa al marketing di prossimità. Riguardo al quale le potenzialità paiono, al momento, in larga parte inesplorate: quale valore può avere un check in effettuato nella nostra struttura da un cliente che lo fa sapere a tutti i suoi amici presenti nelle vicinanze? Occorrerà ridefinire il concetto di riprova sociale in chiave “local”?
Per capirlo, non resta che attendere il lancio di Nearby e testarne le funzionalità.

lunedì 31 marzo 2014

Google Plus: ecco come ottenere il meglio

Dopo anni di letargo, è la tendenza del momento: ma cosa si deve fare per ricavarne i maggiori benefici?

Ormai bisogna esserci, su Google Plus. E’ uno dei mantra del momento, questo, nei discorsi di social media marketing. Se in parte l’affermazione è vera di per sé (per mere questioni di SEO), in parte è altrettanto indiscutibile che approcciarsi ad un social network senza una strategia chiara e senza conoscerne le caratteristiche limita la possibilità di ottenerne i maggiori benefici. Ecco quindi qualche dritta per sfruttare al meglio il social di Mountain View.
Innanzitutto, è fondamentale che il sito sia verificato e collegato alla pagina. Per farlo, occorre inserire una striscia di codice indicata al momento della creazione della pagina nel sito. In breve, Google verificherà la bontà del collegamento.
All'atto della compilazione del profilo, poi, è ovviamente di fondamentale importanza scegliere con cura le parole per descrivere chi siamo, cosa facciamo e cosa offriamo. Soppesando le parole chiave ed evitando di fare un copia-incolla dalla pagina Facebook o dal sito: Google se ne accorgerebbe, e non la prenderebbe bene. Anche rigirare una frase cambiando un paio di parole è meglio che copiarla tale e quale: il motore di ricerca premia i contenuti originali.
Le immagini, si sa, sono sempre più importanti per una buona comunicazione. Oltre a quella del profilo, Google dà la possibilità di inserirne una di copertina molto grande: diventa fondamentale una foto in alta risoluzione, che si integri bene con l’immagine del profilo. In caso di dubbi, vale la pena rivolgersi ad un grafico.
Su Google Plus ci sono le cerchie: usiamole. Evitiamo di inserire tutti i contatti in una generica “persone che seguo”, bensì creiamone ad hoc: ci sarà utile nel momento in cui vorremo inviare messaggi specifici ai nostri clienti piuttosto che ai colleghi o ai fornitori.
Anche su Google Plus, poi vale la vecchia regola dell’80/20: non spammare chi ti segue con promozioni su promozioni, o in breve ti ritroverai da solo! Su dieci contenuti, solo due dovrebbero essere di natura commerciale.
Va da sé, poi, che nel momento in cui riceviamo un commento, è fondamentale rispondere in modo tempestivo.
Infine: il widget +1 collegato alla pagina è un po’ come il bottone “mi piace” linkato alla fan page di Facebook: non usarlo sul proprio sito e ovunque ci sia la possibilità di appiccicarlo sarebbe un delitto.
Come si può notare, alcune delle regole di Google Plus sono le stesse che valgono per tutti i social, altre sono specifiche della creatura di Mountain View. Seguirle può aiutare a ottenerne il meglio.

lunedì 24 marzo 2014

Google e SEO: le ultime frontiere

Le regole per ottimizzare il posizionamento del proprio sito sono in continua evoluzione: vediamo le ultime novità

Come faccio ad avere più visite sul sito della mia struttura? E’ una domanda che chiunque gestisca una struttura ricettiva, anche piccola, si è posto almeno una volta. Il SEO – Search Engine Optimization – è croce è delizia per gestori e web master, nonché spesso visto come una sorta di pozione magica dalla ricetta misteriosa. In realtà gli algoritmi di Google, in continua evoluzione, tendono sempre più ad uno scopo ben preciso: premiare siti e contenuti di qualità. Ciò che è originale, ciò che è utile, ciò che ottiene visite e link, viene premiato dal motore di ricerca. Una ricetta all’apparenza semplice: ecco alcuni accorgimenti per farsi trovare pronti.
- Creare contenuti di valore su più piattaforme. Un’offerta promozionale pubblicata sul sito, se è fatta bene, è un contenuto di valore. Ma da sola probabilmente non basta. Meglio affiancarla e linkarla ad uno o più post sui social e, perché no, ad un articolo sul blog aziendale. Tenere a mente che, sempre più, per Google un contenuto di valore è un contenuto davvero utile per il cliente.
- Pensare alle parole chiave. Questo suggerimento è vecchio quanto il web, ma negli ultimi tempi qualcosa è cambiato. Google, un po’ come Facebook, pare sempre più orientato verso metodi di ricerca semantica: l’utente, attraverso il dispositivo, “parla” in maniera naturale al motore di ricerca, che interpreta la richiesta e la trasforma in risultati di ricerca. E’ evidente che il vecchio modo di pensare alle parole chiave, schematico e rigido, con la ricerca semantica non basta più. Occorre allargare i propri orizzonti, e pensare in termini di topic, ovvero di aree d’interesse, gruppi di parole. Il motore di ricerca è già in grado di raggruppare parole chiave sotto la stessa sfera di interesse e metterle in correlazione: facciamolo anche noi utilizzandole con attenzione – e naturalezza – ovunque se ne presenti l’occasione..
- La geolocalizzazione. Sempre più utenti cercano strutture ricettive direttamente dalle mappe, magari utilizzando uno strumento mobile mentre sono in viaggio. Curare i propri spazi su Google Places e Google Plus diventa sempre più strategico.
- Monitorare le performance del sito aziendale. Molte volte sono dettagli che vengono trascurati, ma è bene sapere che per Google sono molto importanti: qual è la frequenza di rimbalzo del proprio sito? Le pagine si caricano velocemente? Tenere sotto controllo ed ottimizzare l’usabilità del proprio sito può fare la differenza anche in termini di SEO.

lunedì 27 gennaio 2014

Google, immagini e copyright: novità in arrivo

Cercare immagini su Google è una prassi quotidiana, complicata dal problema dei diritti d’autore. Ora Google ha introdotto nuove funzionalità che chiariscono le cose.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo: il social media marketing ha messo le immagini al centro della strategia comunicativa. Lo sa bene chi gestisce, per esempio, la pagina Facebook – o il profilo Instagram, o Pinterest – di una struttura ricettiva, di un piccolo hotel, di un B&B, di un agriturismo, una cantina o un frantoio.
Bene, a tutti sarà capitato di rivolgersi all’onnipresente Google per cercare delle immagini. E magari di trovarne che fanno al caso nostro, ma di essere assaliti dal dubbio: saranno coperte da copyright? Le posso utilizzare senza il rischio di ricevere una lettera poco gentile da parte del loro autore, nel caso mi scopra? Fino ad ora l’incertezza, in questi casi, è stata la norma.
Ora, finalmente, le cose cambiano. Google ha infatti introdotto una serie di filtri nella propria ricerca per immagini, che permettono di selezionare i risultati in base al tipo di copyright da cui sono coperti. Per scoprirle, è sufficiente cliccare su “immagini” dalle opzioni, quindi “strumenti di ricerca”, infine “diritti di utilizzo”.
A questo punto si apre un menu a tendina con una serie di opzioni, relative appunto al tipo di copyright.
La prima è “contrassegnate per essere riutilizzate”, e si riferisce a tutte le immagini che possono essere usate per scopi personali o didattici
“Contrassegnate per riutilizzo commerciale” filtra invece quelle che possono essere destinate, ad esempio, a brochure promozionali.
”Contrassegnate per essere riutilizzate con modifiche” prevede immagini che possono essere utilizzate per scopi personali o didattici, anche dopo essere state modificate.
“Contrassegnate per il riutilizzo commerciale con modifiche” raggruppa infine quelle che possono essere destinate ad attività promozionali, ed essere modificate a tale scopo.
Insomma, il sistema appare chiaro e semplice. E permette, finalmente, di accedere con tranquillità allo sterminato e prezioso archivio fotografico di Google Immagini.

lunedì 16 dicembre 2013

Google punta sul Made in Italy

Far conoscere le eccellenze nascoste mediante i giovani e le competenze digitali, è l’obiettivo annunciato da Mountain View per rilanciare il Bel Paese.

“Noi ci siamo conviti che l’elemento vero di ricchezza del made in Italy non siano il prodotto e il territorio, ma la sintesi straordinaria di questi due fattori”. A dirlo è Diego Ciulli, Senior Policy Analist di Google. Che continua: “Il made in Italy è fatto apposta per la rete”. E a chi gli chiede perché, replica che l’arretratezza digitale del nostro Paese mina le potenzialità di certe perle nascoste, ma che il successo, in termini numerici, delle ricerche effettuare ricorrendo alla cosiddetta coda lunga, testimonia che le potenzialità digitali di risorse semisconosciute che costituiscono un unicum mondiale sono enormi.
Un po’ di numeri: il “Made in Italy” è il terzo brand più digitato al mondo su Google, e lo è soprattutto nei mercati emergenti, come Russia, Medio Oriente ed India. Appurato che la domanda esiste, prosegue Ciulli, il problema risiede piuttosto nell’offerta: siti spesso obsoleti, non ottimizzati a fini SEO, sviluppati senza un occhio di riguardo all’analisi della domanda.
Cosa intende fare Google? Ciulli annuncia di aver già interpellato le istituzioni del Paese, al fine di coinvolgerle in un strategia organica. E sottolinea come la chiave di volta del progetto siano i giovani: sono loro che devono venire adeguatamente formati e dotati del know how digitale necessario per far conoscere, raccontare e vendere le infinite perle nascoste della penisola, che aspettano solo di venire scoperte e valorizzate.
Insomma, una grossa sfida ed una bella scommessa, per Google. Ma anche un’iniezione di fiducia per tutti quanti: se ci credono a Mountian View, nelle nostre possibilità, perché non dovremmo farlo noi? Come semrpe, non resta che restare ben sintonizzati per captare le prossime novità in arrivo da Big G.

lunedì 9 dicembre 2013

Google lancia il suo Colibrì

Si tratta dell’ultimo aggiornamento dell’algoritmo della big G, e si preannuncia come una vera e propria rivoluzione

Ricerche conversazionali. Così chiamano, in maniera in po’ tecnica, gli esperti del settore quelle ricerche eseguite sui motori di ricerca mediante l’utilizzo di una frase del linguaggio corrente. E, che ce ne rendiamo conto o no, si tratta di una tendenza che coinvolge tutti.
Partendo da queste considerazioni, quelli di Google hanno rivoluzionato il proprio algoritmo con l’introduzione di Colibrì: stando agli sviluppatori di Mountain View, la novità riguarderà il 90% delle ricerche effettuate.
In pratica, (è tutt’altro che semplice, ma proviamo a fornire qualche spiegazione) ogni qual volta un utente effettua una ricerca formulata come una domanda (per esempio, “chi è il Presidente degli Stati Uniti”), Google è ora in grado di fornire risposte secche (provare per credere) analizzando non solo le parole chiave utilizzate dall’utente, ma anche sinonimi, termini che esprimono concetti simili, argomenti più o meno direttamente correlati: tutto ciò si riassume in quello che a Mountain View chiamano il Knowledge Graph, ovvero una vasta sfera che unisce parole, concetti, argomenti tra loro correlati.
Bene: molto interessante, ma tutto ciò cosa implica per chi deve curare i contenuti del sito web (e non solo) della propria struttura, ai fini del SEO? Qui possiamo tranquillizzare chi legge: non cambia poi molto rispetto a quanto valeva già con i precedenti algoritmi Panda e Penguin. Ovvero: occorre continuare a privilegiare i contenuti di qualità, utilizzando un linguaggio originale e “naturale” (cioè: non esagerare con le parole chiave) e, soprattutto, al momento della stesura di titoli e testi, immaginare di dover rispondere alle domande dei propri clienti (o potenziali tali). Difficile? Senza dubbio, ma come abbiamo già analizzato qui  Google viene in nostro aiuto con il Keyword Tool di Adwords, che può essere utilizzato anche come potente strumento di analisi della domanda.

lunedì 9 settembre 2013

Google, SEO e ranking: tutto dipende dalla soddisfazione degli utenti

Recenti studi mostrano come funziona l’algoritmo di ricerca che premia i siti che hanno soddisfatto gli internauti

I reali meccanismo di funzionamento di Google, si sa, sono un po’ come la ricetta della Coca Cola: se ne parla, se ne favoleggia, ma nessuno, a parte gli ingegneri che se ne occupano, sa realmente cosa accade quando effettuiamo una ricerca. Un recente volume di Stephen Levy (In the Plex, qui su Amazon) suggerisce alcune interessanti considerazioni. Secondo Levy, gli sviluppatori di Google continuano a migliorare le prestazioni dei loro algoritmi osservando il grado di soddisfazione degli utenti durante le ricerche. Si tratta ovviamente di misurazioni molto complesse, ma alcuni dei parametri fondamentali sono abbastanza intuitivi. Levy parla infatti di “click lungo”: un click effettuato da un utente su uno dei risultati di ricerca (di solito uno dei primi nella SERP), in seguito al quale non è più tornato indietro per continuare la ricerca: evidentemente, ha trovato ciò che cercava. L’internauta che viceversa clicca su un risultato per poi tornare subito indietro, visitare un altro risultato o addirittura modificare le parole chiave della ricerca, evidentemente non è soddisfatto di quella appena effettuata e dei risultati che ne sono scaturiti.
Panda sonda costantemente tutti i siti indicizzati, alla ricerca dei livelli di soddisfazione che generano negli internauti. Più un sito soddisfa le aspettative di chi lo visita, più Panda lo premia migliorandone il ranking. I risultati vengono aggiornati ogni poche settimane.
Appare evidente a questo punto che avere un sito che soddisfa questi parametri è quantomeno desiderabile. Ma come si fa a sapere se il sito della propria attività o struttura sia in linea con quanto richiesto da Google? A Mountain View hanno pensato anche a questo, ed hanno creato un sondaggio di customer satisfaction da inserire nel proprio sito web (per ora è solo in inglese ma è gratuito e lo si trova qui ). Il tool contiene alcune semplici domande a cui visitatori che lo desiderano possono rispondere, per consentire una misurazione del loro grado di soddisfazione o insoddisfazione nella navigazione del nostro sito. Le domande sono standard, ma Google consente di inserirne di personalizzate (ad oggi solo in USA, Canada e Gran Bretagna) al costo di un centesimo di dollaro USA a risposta.
Oltre a questo, ci sono altri parametri che vengono tenuti in considerazione da Google per determinare il ranking di una pagina. Come l’assenza di barriere (l’apertura di un pop up di registrazione, così come tutto ciò che implica click aggiuntivi, risulta deleterio per la user experience del navigatore), o la velocità di caricamento.
Insomma, si può concludere che evidentemente esistono due tipi di SEO: quello rivolto ai robot, e quello rivolto agli internauti in carne ed ossa. E, per quanto simili, non è detto che si sovrappongano perfettamente. Il secondo è inevitabilmente più ricco di dettagli, di sfumature, di informazioni preziose per noi, per il nostro sito e anche per Google.