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lunedì 15 aprile 2013

Facebook ads: ecco perché funzionano

Uno studio condotto dal social network insieme a Datalogix descrive come e perché i banner pubblicitari influenzano gli utenti

“Perché dovrei fare pubblicità su Facebook? Io non clicco mai sui banner!”. E’ un commento che si sente spesso, quando si parla di social media marketing. La replica è altrettanto semplice: i banner pubblicitari su Facebook funzionano, e non conta che la gente ci cliccki sopra, è sufficiente che li visualizzi. Lo ha dimostrato uno studio condotto da Facebook stesso, in partnership con Datalogix, colosso statunitense del trattamento dei dati. Vediamo com’è andata.

Datalogix, per intenderci, è una di quelle agenzie a cui, per esempio, le catene di supermercati, consegnano i dati contenuti nelle fidelity card. Gli esperti dell’agenzia studiano le abitudini di acquisto dei consumatori al fine di migliorare le proposte commerciali delle aziende. Il tutto, ovviamente, avviene nel rispetto della privacy: chi analizza i dati non sa chi è il proprietario della fidelity card in questione.

Ma cosa c’entra Facebook? Il popolare social network ha stipulato un partnership con Datalogix, che prevede uno scambio, ed un incrocio, dei rispettivi database riguardanti abitudini e preferenze dei consumatori (sempre nel rispetto della loro privacy). Lo scopo dello studio è comprendere se comportamenti e acquisti degli utenti sono influenzati dalle campagne pubblicitarie su Facebook. Il meccanismo è piuttosto semplice, e lo riassumiamo con un esempio: Datalogix fornisce a Facebook i dati relativi all’acquisto, da parte degli utenti, di una certa marca di biscotti ai cereali. Nel frattempo, l’azienda che li produce avvia una campagna pubblicitaria su Facebook. A campagna ultimata, Datalogix invia un aggiornamento di dati a Facebook, permettendo un confronto sui numeri di acquisto dei biscotti prima e dopo la campagna pubblicitaria su Facebook. E in tutti i casi, lo studio ha evidenziato che le campagne pubblicitarie influenzano gli stili di vita degli utenti: nel nostro esempio, le vendite dei biscotti ai cereali sono aumentate. “Delle prime sessanta campagne che abbiamo esaminato, il 70 per cento aveva un ritorno sugli investimenti triplo o anche migliore. Questo significa che il 70 per cento degli inserzionisti ha raggiunto delle vendite tre volte superiori a quello che avevano speso per la pubblicità”, dichiara Sean Bruich, che si occupa degli standard per i formati pubblicitari di Facebook. Non solo: i risultati evidenziano anche la scarsa importanza dei click: “In media, se si considerano le persone che hanno visto una pubblicità su Facebook e poi hanno acquistato un prodotto, meno dell’1 per cento aveva cliccato sull’inserzione”, commenta Bruich.

Ma perché lo stesso meccanismo non funziona anche per Google? E’ la domanda che sorge spontanea. La risposta, anche in questo caso, è semplice: gli utenti fanno ricerche su Google quando hanno bisogno di qualcosa (domanda consapevole). Per esempio, quando vogliono fare una vacanza e cercano una struttura ricettiva in una certa zona. Spesso, il passo finale è rappresentato dall’acquisto on line (o dalla prenotazione). Ma le persone non vanno su Facebook per fare acquisti. Il social network è piuttosto il luogo ideale dove stimolare la domanda latente: se anche in quel momento l’utente non sta pensando alla sua prossima vacanza, e non conosce la nostra struttura, se in qualche modo riusciamo a raggiungerlo, potrebbe ricordarsi di noi quando penserà al suo prossimo viaggio.
In tutto questo, ottenere il “like” da parte sua alla nostra Pagina Fan è ovviamente l’obiettivo primario. Ma una campagna di brand reputation può avere effetti anche se non genera un elevato numero di click, purché il target di riferimento sia mirato e ben profilato. Unico problema: il ROI (Return of Investment) diventa difficilmente misurabile.

venerdì 25 gennaio 2013

La rivoluzione di Facebook: il Graph Search


E’ pronto il nuovo motore di ricerca del re dei social network: cosa cambia per il marketing turistico?

Rivoluzione in casa Facebook: la scorsa settimana, il popolare social network ha lanciato il proprio innovativo motore di ricerca interno, denominato Graph Search. Si tratta probabilmente della novità più rilevante dai tempi dell’introduzione della Time Line. Cerchiamo di capire in cosa consiste, e cosa può comportare per chi fa marketing tramite una fan Page.
Graph Search è al momento disponibile per un limitato numero di utenti statunitensi, ma in breve sarà accessibile a tutti. Si tratta di un vero e proprio motore di ricerca che consente di effettuare ricerche molto dettagliate all’interno di Facebook. Sarà possibile, in pratica, effettuare ricerche per persone, aziende, luoghi, interessi, inserendo una o più parole chiave, proprio come accade oggi con Google. L’aspetto rivoluzionario del Graph Search, rispetto ai classici motori di ricerca, consiste nel fatto che permette di eseguire ricerche mediante un lessico molto naturale ed intuitivo per l’utente. Se, per esempio, un utente inserisce nel motore di ricerca la frase “i miei amici che hanno i miei interessi”, e tra gli interessi di quell’utente Facebook sa che compaiono, per esempio, “enogastronomia”, “trekking” e “vino”, Graph Search mostra nei risultati tutti gli amici che condividono quegli stessi interessi.
Fin qui è legittimo pensare “bello”, ma nulla più. Molto più interessante, però, è una ricerca effettuata per luoghi. Se infatti l’utente digita per esempio “ristoranti a Milano che piacciono ai miei amici”, tra i risultati compaiono le Fan Page di quei ristoranti milanesi che hanno ricevuto il “mi piace” dagli amici dell’utente. Se la ricerca è “Hotel in Liguria che piacciono ai miei amici e ai loro amici”, i risultati mostrano le Fan Page degli hotel della riviera ligure che a cui non solo gli amici, ma anche gli amici degli amici, hanno messo il like. Inutile sottolineare come il discorso si faccia decisamente più intrigante.
Ma dove risiede, nel dettaglio, l’aspetto rivoluzionario del Graph Search? Consiste, in sostanza, in un vero e proprio ribaltamento dei principi su cui Facebook si basa per incentivare gli utenti a creare connessioni. Finora, infatti, il marketing sul social network ha fondato il proprio successo sulla capacità di intercettare la cosiddetta domanda latente: se anche in un preciso momento un utente non è interessato a fare una vacanza in Liguria, il fatto di notare che un proprio amico ha cliccato “mi piace” ad un hotel ligure, è un ottimo incentivo a tenere in considerazione quell’hotel per il momento in cui sarà ora di andare in Liguria, perché ci si fida del parere dei propri amici, e perché quel “mi piace” esprime un apprezzamento disinteressato, e quindi sincero (concetto di riprova sociale). E’ un ottimo sistema, ed il successo del social marketing lo testimonia. Il suo problema è che si basa appunto sulla domanda latente, non intercetta cioè (o lo fa in piccola parte) i bisogni immediati dell’utente.
Il Graph Search va invece proprio in questa opposta direzione, ovvero intercetta la domanda consapevole, i bisogni degli utenti nel momento preciso in cui si manifestano.
Cosa cambia per chi fa marketing su Facebook? Premesso che occorrerà attendere il momento in cui il Graph Search sarà disponibile anche da noi per esplorarne e comprenderne appieno le funzionalità, un aspetto appare evidente: costituisce un ottimo motivo in più per continuare a far conoscere la propria struttura su Facebook, incentivando le interazioni, i commenti e i “mi piace” da parte dei clienti-fan. Il risultato non potrà che essere un ulteriore guadagno in termini di visibilità per la propria attività.