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martedì 16 febbraio 2016

Blog aziendale, le domande da porsi prima di aprirlo

Strumento utile e, se ben utilizzato, molto potente, il blog va aperto solo dopo un’attenta analisi della propria situazione e, soprattutto, con le idee ben chiare

“Il blog? No, è troppo impegnativo”. Quante volte capita di sentire questa replica alla proposta di aprire un blog aziendale come completamento del piano di social media marketing, turistico o no. Ma è davvero così? In parte. Se da un lato è indiscutibile che nel blog occorra investire tempo e risorse, è anche vero che una piccola struttura o azienda, un paio di aggiornamenti al mese (purché puntuali) sono sufficienti.
Il problema, se mai, è un altro: come attirare i lettori. Solo una platea in ascolto, infatti, garantisce quei ritorni che giustificano l’investimento. E per poter anche solo aspirare a guadagnare pubblico, è fondamentale avere le idee ben chiare sulla direzione che si vuole intraprendere. Ovvero, rispondere a una serie di domande.
La primo, cruciale quesito è, neanche a dirlo: di cosa parlo nel blog? Innanzitutto, è bene tener presente che il blog è più vicino alla filosofia di un social che a quella del sito aziendale. Quindi, meglio evitare di vendere. La regola degli 8/10 tanto importante su Facebook and company, insomma, vale anche qui. Un blog che si riduce ad essere una vetrina contenente una serie di sconti, menu e listini, eventi aziendali, andrà ben poco lontano: per queste cose, c’è già il sito. Il lettore che arriva sul blog è in cerca di altro: vuole essere informato (su argomenti che non vengono trattati da nessun altra parte), oppure vuole essere intrattenuto.
Altra obiezione: la mia azienda\struttura non ha nulla di interessante da raccontare. Nulla di più falso: ogni struttura è unica ed ha una storia irripetibile alle spalle. Partire dalle proprie origini, dalla famiglia, dalla biografia delle persone che stanno dietro all’azienda e l’hanno fatta crescere, è sempre una buona idea. Idem per quanto riguarda la storia del territorio, che spesso nasconde perle sorprendenti.
L’affinità con i social si ritrova anche nello stile, che dev’essere il più possibile informale. Niente a che vedere con i contenuti pubblicati sul sito.
Non è detto, poi, che i contenuti del blog debbano essere solamente testuali. Anche le immagini (magari vecchie fotografie) e i video possono essere preziosi per la narrazione. Possono essere ad esempio riferiti alla preparazione del piatto tipico del territorio, che non si trova da nessun’altra parte.
Insomma, le idee e gli spunti narrativi sono innumerevoli, ma la pianificazione non deve mai mancare: è fondamentale dotarsi di un vero e proprio piano editoriale nel quale decidiamo cosa pubblicare nelle prossime uscite. Ciò ci consente di alternare i vari argomenti, di essere sempre puntuali (se il blog viene aggiornato il lunedì sera alle 18:00, dev’essere il lunedì sera alle 18:00 sempre), e soprattutto di non ritrovarsi improvvisamente a corto di idee.
Nella pianificazione vanno incluse le parole chiave da inserire periodicamente nei titoli e nel testo (sempre in maniera naturale) ai fini del SEO. E se all’inizio è difficile avere lettori, invitare a scrivere sul blog un blogger conosciuto o un influencer nel nostro specifico argomento può essere una buona idea.

Infine, bisogna armarsi di pazienza: per vedere i primi risultati, occorre attendere non meno di sei mesi. Ma se si è fatto tutto per bene, potrebbe valerne la pena.

martedì 2 febbraio 2016

Sito web e fiducia, cosa fare per trasmetterla

Quali sono i fattori che migliorano la percezione di affidabilità in chi atterra sul sito, e cosa fare per migliorarla

Cosa spinge un turista che ancora non ci conosce a prenotare un soggiorno presso la nostra struttura? Certo, la reputazione on line e le recensioni giocano un ruolo cruciale, ma altrettanto si può dire del sito. Che, prima di tutto, deve trasmettere fiducia. Ma quali sono i fattori che aumentano la percezione di affidabilità da parte del cliente, o potenziale tale? E’ ciò che cerca di scoprire Cam Secore di Moz nella sua estesa trattazione.
Per prima cosa, anche dal punto di vista temporale, viene l’impatto visivo. Un sito che si presenta bene, esteticamente gradevole e curato, fa una prima impressione migliore. Il visual design è composto da molti fattori, dal layout, ai colori, ai font scelti, fino ovviamente alle immagini: tutto deve tendere ad una certa “coerenza” interna, in modo da dare l’idea di professionalità e di cose fatte non a caso. I layout semplici, lineari e puliti sono in genere quelli preferiti.
Per quanto riguarda le immagini: meglio abbondare. Diversi studi dimostrano che i clienti preferiscono i siti di strutture che mostrano ampie gallerie comprendenti ogni angolo della struttura.
In secondo luogo, bando ai banner. Chi naviga li considera una scocciatura, nonché un modo poco serio per attirare l’attenzione o carpire click: decisamente meglio evitare.
Riguardo alle immagini, meglio evitare quelle stock. Anche se un buon fotografo può essere costoso, meglio investire per avere immagini proprie piuttosto che ricorrere a quelle comprate dal web, che per quanto di buona qualità non fanno una buona impressione sul cliente. Il top è metterci la faccia, letteralmente, ovvero pubblicare una foto del proprietario o gestore della struttura. Meglio ancora, una sezione “chi siamo”, o “il nostro team”, con foto, nome e cognome e mansione di ogni collaboratore.
Sono ovviamente da evitare come la peste i link non (più) funzionanti, mentre un fattore determinante è la velocità di caricamento delle pagine, oltre al fatto che la navigazione sia user friendly. Un sito costantemente aggiornato e con contenuti freschi dà poi un’impressione di cura, al contrario di uno con informazioni vecchie (ad esempio il classico menu di Capodanno ancora on line a San Valentino).

Infine: se c’è un dettaglio per il quale è opportuno investire in un buon grafico, quello è il logo. E’ il logo che esprime l’identità del brand e comunica la cura per i dettagli: meglio che sia ben fatto.

martedì 19 gennaio 2016

Cicloturismo: come incominciare

E’ il trend del momento, ma per chi è alle prime armi scelte da fare e soldi da spendere possono spaventare. Ecco alcuni consigli

Cicloturismo, mon amour. Sono sempre di più i turisti che si fanno sedurre dai molti vantaggi di compiere un viaggio pedalando: si “vive” il territorio che si attraversa come in nessun altro modo, si spende “relativamente” poco, e in più ci si tiene in forma.
Già, ma per i novizi, ci sono alcuni scogli iniziali da superare che possono mettere in crisi i bei propositi: la scelta della bici, del bagaglio, fino all’abbigliamento. Tutte variabili che, se non si sta attenti, possono far lievitare la spesa iniziale fino a cifre proibitive. Ecco di seguito alcuni consigli per risparmiare qualche euro e diventare cicloturisti a costi abbordabili partendo da zero.
Innanzitutto, ovviamente, la scelta della bici. Una mountain bike con una ricca dotazione tecnica permette di affrontare qualsiasi sentiero, ma costa anche parecchio. Se si ha in mente di viaggiare prevalentemente su asfalto, al limite con qualche puntata su sterrati leggeri, meglio orientarsi verso una normale city bike: con poche centinaia di euro ci si può portare a casa una bici adattissima ad un viaggio di qualche giorno. Dopo la bici, le borse: quelle impermeabili costano di più, si può risparmiare qualche euro comprandone di economiche e rendendole impermeabili con dei sacchetti di plastica. C’è poi il comparto “tecnico”, che ridotto al minimo indispensabile comprende un kit meccanico di base (cacciaviti, brugole, corde elastiche) e uno per la riparazione della camera d’aria.
Anche per quanto riguarda l’abbigliamento esistono ormai catene di negozi che ne offrono di buono a pochi euro, ma su un paio di capi conviene davvero non risparmiare: una buona maglietta traspirante, ed un paio di pantaloni imbottiti (soprattutto i primi giorni, quando non si è abituati, fanno davvero la differenza). Meglio ancora se abbinati ad una sella da viaggio, altro piccolo investimento che si può montare anche su una normale city bike al posto di quella originale: a fine giornata, il fondoschiena ringrazierà. Da non scordare, ovviamente, guanti, occhiali e cappellino d’ordinanza.
A questo punto si è equipaggiati di tutto punto e pronti per partire. Certo, la spesa principale durante il viaggio resta quella per le soste: ristoranti, hotel, B&B, aziende agrituristiche. Meglio allora andare sul sicuro e prenotare presso quelle strutture convenzionate con una delle diverse associazioni di cicloturismo presenti in Italia ed Europa, che offrono una serie di servizi pensati ad hoc: dalla rimessa per  le bici, all’assistenza tecnica, fino a menu pensati appositamente per chi brucia parecchie calorie sui pedali.
Troppe cose a cui pensare? Un’alternativa, a dire il vero, c’è: prenotare presso una struttura che, oltre all’assistenza tecnica, offre in affitto anche la bici. In questo caso si arriva a destinazione freschi e riposati, e non resta che godere della parte più piacevole del cicloturismo. E per gli incontentabili che sono fuori allenamento o semplicemente non vogliono fare fatica, c’è sempre la soluzione ebike.


martedì 29 settembre 2015

Design persuasivo, i 5 principi fondamentali


Cosa fare affinché il sito aziendale spinga gli utenti a fare esattamente ciò che vogliamo da loro

Design persuasivo, ovvero l’arte dell’implementare un sito in modo che i visitatori siano incentivati a compiere le azioni che vogliamo che compiano. Facile a dirsi, meno a farsi. Anche se qualcosa giunge in nostro aiuto: più che un’arte, infatti, il design persuasivo è una scienza, con regole precise e divieti. Vediamo i principali, raccolti qui in origine da Peep Laja.

 Chiarezza. Se chiediamo ad una persona cosa apprezza di più in un sito web, la maggior parte delle volte risponderà “che mi faccia trovare facilmente ciò che sto cercando”.



Il sito (non solo l’homepage), dovrebbe quindi sempre essere strutturato in modo che l’utente possa immediatamente trovare risposta alle domande:
1.    Cos’è questo sito?
2.    Cosa posso farci?
3.    Può essermi utile?




     Impatto visivo. Le persone impiegano in media 50 millisecondi per decidere se il design di un sito è di loro gradimento. E la percezione della qualità estetica va di pari passo con la percezione della qualità tout court, vien da sé quindi che un sito esteticamente gradevole è più persuasivo di uno brutto. Secondo Google, sono 2 i fattori chiave: semplicità e “prototipicità” (ovvero corrispondenza a certi standard che rendono un sito immediatamente familiare anche se non ci siamo mai stati prima).

  Forte gerarchia visiva. L’immagine qui sotto è molto esplicativa di cosa sia la gerarchia visiva. Il cerchio più grande dà l’impressione di essere il più importante, e via via gli altri tre a seguire.
Lo stesso principio deve essere utilizzato per il sito. Le parti più importanti, come il modulo per gli acquisti e le prenotazioni o l’iscrizione alla news letter, devono spiccare rispetto al resto per spingere l’utente alla call to action. E non detto che sia sempre una questione di dimensioni, come per i cerchi. Ad essere decisivi possono essere infatti i colori utilizzati (più intensi rispetto a quelli circostanti), il posizionamento nella pagina e l’abbinamento ad un’immagine che attiri l’attenzione.

    Mantenere alta l’attenzione. A questo punto l’utente è quasi catturato, manca poco. Fondamentale mantenere alta la sua attenzione. Ancora una volta, vengono in nostro soccorso le immagini, soprattutto quelle con persone impegnate in situazioni di vita vissuta in cui l’utente si possa immedesimare, oppure quelle con persone che guardano diritto verso di noi: poche cose attirano l’attenzione come un volto che ci guarda negli occhi.

   Una pagina, un’azione, ben definita. Ultima condizione fondamentale: il sito dovrebbe essere strutturato in modo che ogni singola pagina abbia una funzione precisa, e sia quindi collegata ad una call to action ben definita. Ancora una volta, tutto va in direzione della chiarezza e della semplicità: l’utente dovrebbe essere guidato in modo da trovare ciò che vuole col minimo sforzo ed in modo piacevole.


E il tuo sito, rispetta le regole del design persuasivo?

lunedì 21 settembre 2015

Instagram, ecco le nuove campagne pubblicitarie

Sono disponibili per tutti gli utenti, si lanciano da Facebook e sono costituite da foto o video corredati da una call to action

Circa 300 milioni di utenti attivi al mese, per 70 milioni di immagini pubblicate ogni giorno. Sono i numeri impressionanti (non da oggi) di Instagram. Con cifre del genere a disposizione di aziende e piccole attività, il passo non poteva che essere inevitabile: su Instagram sono arrivate le pubblicità.
Le nuove campagne pubblicitarie promettono di essere semplici da organizzare e lanciare e, novità, gli utenti lo possono fare usando Facebook  (che di Instagram è proprietario). Le inserzioni su Instagram possono quindi sfruttare il grande know how del social di Zuckerberg in materia di profilazione dei destinatari e sollecitazione della domanda latente.
In concreto, le pubblicità sono costituite da foto o video corredati dalla scritta “sponsorizzato”, un po’ come avviene sugli altri social. Dalla fine di agosto, tra l’altro, su Instagram è possibile pubblicare anche foto rettangolari, anziché solo quadrate com’era stato fino a quel momento. E’ possibile inoltre organizzare l’inserzione come un gruppo di immagini, fino a quattro, oppure con video della durata massima di 30 secondi. Last but not least, c’è ovviamente la possibilità di inserire un testo corredato ad una call to action che rimanda, ad esempio, ad una landing page sul proprio sito aziendale.
Luca Colombo, country manager di Facebook Italia, così ha presentato le campagne pubblicitarie su Instagram: “Siamo entusiasti di questo ulteriore passo avanti fatto dalla piattaforma, che permetterà alla nostra comunità di connettersi meglio e in modo più diretto con i brand che ama. Le nuove funzionalità che introduciamo oggi permetteranno ad aziende grandi e piccole di raggiungere i loro obiettivi di business, offrendo contenuti di forte ispirazione e di altissima qualità visiva”.

L’introduzione definitiva delle campagne è stata preceduta da una lunga fase di test condotta in partnership con aziende selezionate, durante la quale è emerso che i settori che hanno tratto maggiori benefici dall’iniziativa sono ecommerce, intrattenimento, commercio al dettaglio e turismo. Insomma, se si gestisce il profilo Instagram di una struttura o attività in ambito turistico ed enogastronomico, sembra proprio che sia il caso di dare un’occhiata alle nuove campagne pubblicitarie di Instagram.

lunedì 14 settembre 2015

Instagram, best practices per foto doc

I migliori consigli per scattare foto coinvolgenti e virali sul social delle immagini, suggeriti da professionisti del settore

La foto perfetta non esiste. Ma la ricerca di quella che buca lo schermo e spinge gli utenti di Instagram a premere il “cuoricino” o a condividerla è incessante, e coinvolge chiunque faccia comunicazione social per la propria azienda.
Ecco allora che il magazine on line Quarz ha chiesto ad alcuni esperti quali sono le pratiche migliori da seguire per ottenere foto “che spaccano” sul social delle immagini in stile Polaroid.
Innanzitutto, è meglio non usare l’app di Instagram per scattare le foto. Le app native della fotocamera su ogni dispositivo sono, in genere, migliori: permettono ad esempio di zommare (anche se sempre di zoom digitale si tratta). Meglio quindi ricorrere a queste per scattare le foto. Esistono poi app, come Camera+ per iPhone, che consentono di correggere i difetti delle foto e migliorarle ulteriormente.
Ci sono poi le sane, vecchie regole di composizione che vengono insegnate come l’abc della fotografia ad ogni corso, e che è bene non scordare neanche su Instagram. Parliamo innanzitutto della regola dei terzi, fondamentale soprattutto nel ritrarre paesaggi: consiste nell’applicare idealmente allo schermo due linee verticali e due orizzontali, in modo da suddividerlo in nove quadrati, e fare quindi scatti in cui gli elementi salienti del panorama siano posizionati in corrispondenza delle linee o, meglio, delle loro intersezioni (ad un terzo dello schermo, appunto). La regola dei terzi, fondamentale quando fotografiamo un paesaggio, trova però delle eccezioni in altri ambiti, per esempio quando l’aspetto simmetrico dell’immagine è rilevante, come in un primo piano di un volto: in questi casi conviene ignorarla e posizionare gli elementi principali, come gli occhi, al centro dello schermo.
Ecco poi un consiglio banale, ma che viene spesso ignorato: scattate molte foto. I fotografi professionisti fanno centinaia di scatti per ottenerne una manciata di buoni: se così si comportano loro, che sono appunto professionisti, a maggior ragione lo stesso dovrebbe fare chi professionista non è.
Il lavoro di post produzione, poi, è importante anche per le foto da pubblicare su Instagram. A riguardo, esistono app che, pur senza raggiungere il livello di Photoshop, permettono comunque di migliorare notevolmente gli scatti originali: si va da Snapseed per eliminare le ombre fastidiose, a VSCO Cam per correggere i colori, a TouchRetouch per eliminare un oggetto dalla foto.
Anche i celeberrimi filtri di Instagram rischiano ormai di apparire banali e superati. Meglio sperimentarne di nuovi, come quelli di Rookie o Fadie. Ricordando che per i filtri la regola aurea è mai apparire eccessivi. Se un filtro leggero può fare bene alla foto, uno troppo pesante rischia di rovinarla.

Ma la la vera regola aurea, per ogni azienda, è scoprire cosa piace al propri utenti\clienti, e pubblicare immagini di conseguenza. A tale riguardo, se esistono parametri generali (ad esempio, le foto in cui predomina il blu ottengono in media più cuoricini di quelle in cui prevale il rosso), ogni azienda ha un proprio pubblico, con dei gusti specifici. E per scoprirli, non resta che sperimentare, indagare e, perché no, chiedere.

lunedì 16 febbraio 2015

Cara vecchia Newsletter, best practice per aumentare gli iscritti

Non tutti i clienti usano i social, ma è importante fidelizzare anche quelli che non lo fanno. Ecco alcune dritte per una Newsletter che funzioni

Siamo in piena era social, ma non tutti amano il web 2.0. Esiste ancora una fetta di clienti che di Facebook, Twitter, Instagram e Pinterest proprio non vogliono sentir parlare. Come fare per fidelizzarli, se non possiamo parlare loro attraverso i social network? La risposta è semplice: ricorrere alla cara vecchia newsletter.
I problemi connessi all’uso di questa pratica sono noti: occorre raccogliere gli indirizzi email, e nel farlo è necessario rispettare le normative vigenti in tema di privacy. Tuttavia, se usata nel modo giusto, anche una newsletter può portare buoni risultati.
Innanzitutto, occorre promuovere l’iscrizione. E occorre farlo sia off line (con coupon alla reception, o chiedendolo a voce) che on line (con link sul sito, sulla Pagina Facebook, sul Blog) che rendano l’iscrizione stessa un processo immediato ed intuitivo. Per incentivare l’iscrizione, è poi opportuno fornire stimoli, per esempio fare leva sul principio di scarsità e promettere promozioni uniche riservati agli iscritti, nonché contenuti speciali e sempre nuovi. E’ anche suggeribile fornire a tutti un’anteprima dei contenuti riservati agli iscritti.
Assolutamente consigliabile, inoltre, inserire nella Newsletter i badge per condividerne il contenuto sui social (anche tra gli iscritti alla Newsletter ci sarà pur qualche cliente social), al fine di aumentare il pubblico e ottenere nuovi iscritti (e clienti).
Per quanto riguarda le uscite, infine, vien da sé che è fondamentale pubblicare con regolarità (sempre lo stesso giorno della settimana, preferibilmente alla stessa ora), e seguire un piano editoriale per quanto riguarda contenuti ed argomenti.
Insomma, facendo le cose per bene è possibile “agganciare” e fidelizzare anche i clienti non social. Non resta che mettersi al lavoro.

lunedì 5 maggio 2014

Pinterest: come usarlo al meglio per fare social media marketing

Il social dei desideri possiede alcune caratteristiche che lo rendono perfetto per promuovere la nostra struttura.

Ormai non è un novità: Pinterest è il social più “rosa” che ci sia (le donne sono circa il 70% degli utenti), ed è anche quello che spinge di più ad effettuare acquisti on-line.
Ma come fare per ottimizzarlo al fine di promuovere la nostra struttura turistica? Ecco qui alcuni consigli:
- Innanzitutto, è fondamentale aggiungere il pulsante “pin it” alle pagine del proprio sito web, e ovunque ve ne sia la possibilità: è l’equivalente del widget di Facebook, ed è uno strumento fondamentale.
- E’ importante poi collegare l’account Pinterest a quello degli altri social, in modo che ogni contenuto pubblicato qua sia visibile anche dove è presente una platea più vasta.
- Come sempre, è di vitale importanza pubblicare contenuti negli orari giusti: per Pinterest, questi sono il primo pomeriggio, dalle 14:00 alle 16:00, e la sera, dalle 21:00 all’1:00 di notte.
- Altrettanto fondamentale è usare le parole chiave nei titoli dei pin, nel nome delle immagini e nella descrizione. In quest’ultima può essere utile utilizzare una call-to-action (per esempio una richiesta di repin): è stato calcolato che pin con call-to-action ottengono un engagement fino all’80% superiore rispetto a quelli che ne sono sprovvisti.
- Come sempre sui social, infine, è bene evitare di sembrare uno spammer: non inserire solo link al proprio sito, o solo promozioni, non pubblicare troppe immagini per volta, non sbagliare categoria.
Queste, ovviamente, sono solo alcune idee per utilizzare al meglio Pinterest per promuovere la propria struttura turistica. Come al solito, non resta che provare e sperimentare per farsene venire altre.

lunedì 10 marzo 2014

Tripadvisor: per gli utenti continua ad essere importante?

Uno studio commissionato dal noto portale a PhoCusWright conferma il peso che viene attribuito alle recensioni

Tripadvisor sta perdendo autorevolezza? Secondo uno studio pubblicato poco tempo fa dall’agenzia PhoCusRight, sì, almeno in America. Ora però esce una ricerca, condotta sempre da PhoCusWright ma commissionata, questa volta, proprio da Tripadvisor, ed i risultati sono diametralmente opposti: il valore delle recensioni sarebbe in continuo aumento. Sarà un caso?
Il sondaggio ha raccolto il parere di 12000 utenti in diversi Paesi negli ultimi mesi del 2013.
Stando ai risultati, il 53% del campione ha affermato di non essere disposto a prenotare in un hotel privo di recensioni, e ben l’80% ha confermato di sentirsi rassicurato dalle review positive. Il 77% dice di consultare regolarmente Tripadvisor per scegliere la destinazione, ed il 65% preferisce le srutture che hanno ricevuto un riconoscimento dal portale.
E il problema dei commenti estremi, o delle recensioni false? Secondo Tripadvisor non esiste: dallo studio emergerebbe che gli utenti sono, o pensano di essere, in grado di filtrare le recensioni non attendibili, e di concentrarsi sulle altre: ogni utente afferma di leggerne almeno 6 prima di prendere una decisione.
Anche su Tripadvisor, poi, le immagini hanno sempre più importanza: per il 73% degli intervistati contano quanto i commenti.
Insomma: sembrerebbe andare tutto bene per il noto portale di recensioni. Anche se il fatto che lo studio sia stato commissionato proprio dallo stesso Tripadvisor lascia aperto qualche legittimo dubbio.

lunedì 3 marzo 2014

Prenotazioni: sempre più da mobile

Paul Hennessey di Booking.com rivela i trend in atto sul noto portale
Ecco come si esprime su hospitalitynet, riguardo all’importanza del canale mobile, Paul Hennessey, CMO di Booking,com: “Sulla nostra piattaforma abbiamo visto uno spostamento nel comportamento dei consumatori, dalla semplice prenotazione last minute alla pianificazione, alla ricerca, alla prenotazione e all’utilizzo delle funzionalità post-prenotazione [il tutto sempre da mobile, n.d.r]. Ecco perché per noi è vitale offrire un’esperienza di alto livello dall’inizio alla fine, perché possa funzionare bene sia nell’immediato che nel lungo termine”.
Se tutto questo vale per un gigante come Booking.com, resta altrettanto importante anche per chi gestisce una piccola struttura. Da un lato, non si può ormai prescindere dall’avere una versione mobile del proprio sito, o almeno un sito responsive, in grado cioè di riconoscere il dispositivo da cui l’utente sta effettuando l’accesso (smartphone, tablet o pc), ed adattarvisi automaticamente. 
Dall’altro, però, anche questo non basta più. Il canale mobile non può più essere visto come una mera copia di quello standard, bensì come qualcosa di diverso. Se, infatti, è in crescita il numero di coloro che fanno tutto da smartphone, usandolo di fatto come un pc, resta pur vero che la particolarità del suo utilizzo resta legata al fatto di trovarsi in movimento, magari già in viaggio, e di dover scegliere rapidamente una sistemazione nei paraggi: il 31% delle prenotazioni da mobile avvengono entro le 72 ore dall’arrivo.
In quest’ottica, forse è giunto il momento di dotare il proprio sito mobile di sezioni dedicate ed espressamente pensate per intercettare il cliente last minute, che si trova magari nei dintorni. Con piani tariffari ad hoc, con strategie di local marketing e sfruttando ancora di più i canali social.

lunedì 10 febbraio 2014

E se aprissi un blog?

Sebbene impegnativo da gestire, il blog può essere un’arma in più per il social media marketing. Ad alcune condizioni

L’idea, di solito, spaventa un po’. Aprire un blog comporta tempo, fatica, attitudine alla scrittura e alla comunicazione. Di cosa parlare? E come fare per indurre i clienti – o potenziali tali – a leggerlo?
E’ indubbio che le difficoltà non manchino. Ma se, in qualche modo, ce lo si sente “nelle corde”, il blog può essere un interessante strumento in più a disposizione di chi fa social media marketing per la propria struttura. Con alcuni, semplici accorgimenti.
Innanzitutto, com ‘è ovvio, non ha senso aprire un blog se in azienda non c’è nessuno con il tempo e l’attitudine per scriverlo e gestirlo. Ma se questa figura esiste, la domanda successiva è: di cosa parliamo?
Questo è il punto centrale. Scrivere, banalmente, della storia e del quotidiano della propria struttura rischia di rendere il blog poco interessante: per quello, per le foto e tutto il resto, esistono già Facebook e gli altri social.
Ma allora, di cosa conviene parlare, nel proprio blog? La risposta è contenuta in un solo aggettivo: di qualunque argomento, purché sia utile. Nel web 2.0 siamo costantemente bombardati da contenuti, news, informazioni, promozioni, pubblicità: è sempre più difficile catturare l’attenzione del lettore, che spesso si sofferma là dove scorge qualcosa che, appunto, reputa interessante perché gli può tornare utile.
Abbiamo qualcosa di utile da comunicare ai nostri clienti? Dipende. Potrebbe anche darsi che no, non ce l’abbiamo. In quel caso, probabilmente, è meglio lasciar stare l’idea del blog.
Spesso, però, anche se non ci viene in mente subito, qualcosa di interessante da dire ce l’abbiamo. E si tratta, quasi sempre, di argomenti precisi e circoscritti.
La struttura ricettiva si trova vicino ad un parco naturale, un fiume, un bosco? Perfetto: nulla di meglio che raccontare l’avvicendarsi delle stagioni, il fiorire degli alberi in primavera, la varietà dell’avifauna, il passaggio delle specie migratorie. Non mancherà una community di appassionati di camminate nella natura o di byrdwatching che seguirà con interesse le nostre news per sapere quando venirci a trovare.
Siamo in una zona dove si pratica la ricerca del tartufo? Bene: il nobile tubero merita sicuramente un blog interamente dedicato a lui – se non ci credete, provate a cercare su Google le parole tartufo e blog: dalle tecniche di ricerca, alle storie degli anziani cercatori e dei loro cani, dalle varietà di tartufo, alle ricette, alle regioni italiane ed europee dove si può trovare il profumato tubero: gli argomenti non mancano, sono spesso curiosi e attraggono l’attenzione del gourmet appassionato.
La stessa impostazione può avere il blog di una struttura che sorge in una zona dove si pratica attività venatoria. Per non parlare delle aziende dove, oltre all’attività ricettiva, si produce qualcosa: vino, olio, formaggio, frutta e verdura. In questo caso, ciò che facciamo non chiede altro che di essere raccontato.
Infine, il classico dei classici: per chi fa ristorazione, raccontare i propri piatti e le proprie ricette costituisce un successo sicuro.
Insomma: gli argomenti utili di solito non mancano, purché ci sia qualcuno che si prenda l’onere di scriverne. A questo punto, ovviamente, subentrano i problemi più tecnici. Uno su tutti: dove aprire il blog?
Le piattaforme a disposizione sono molteplici: da blogspot a wordpress a tumblr. Difficile individuare a priori quale faccia al caso nostro. Tutte, in compenso, sono piuttosto intuitive e facili da usare. Conviene provare, e scegliere quella che si addice di più alle proprie esigenze.
Ben presto, ci si accorgerà che un blog consente una libertà d’espressione sconosciuta ai social. Possibilità di creare contenuti multimediali, di linkare rimandi ad altre fonti, esterne o interne al blog stesso, di aggiungere tag ai contenuti, in modo da etichettarli per contenuto e favorirne la ricerca: un blog è un vero e proprio sio web dinamico.
A questo punto, l’ultimo dei dubbi: come fare per indurre i clienti, o potenziali tali, a visitare il blog? Ed ecco che finalmente entrano in scena i social: la pagina Facebook della struttura, il suo profilo Twitter, Instagram, Pinterest costituiscono, i nostri principali bacini di lettori. Diventa quindi fondamentale, ogni qual volta si pubblica un nuovo articolo sul blog, linkarlo sui social network. Senza dimenticare l’importanza di un adeguato lancio della notizia ed il fatto che modalità ed orari migliori per lanciare un contenuto possono variare da social a social: i risultati non tarderanno ad arrivare.
Insomma, la ricetta è la solita: i contenuti devono essere di qualità, e diffusi in modo efficace. Per il resto, come al solito, non resta che provare, sperimentare e innovare.

lunedì 18 novembre 2013

Video: come e perché realizzarli


Più impegnativi da realizzare rispetto ad altre forme di comunicazione, offrono comunque notevoli vantaggi

Non avete mai realizzato e pubblicato un video sulla vostra struttura? Da un lato è comprensibile: non è semplice, per ottenere risultati apprezzabili occorre chi ci sa fare, ci vogliono tempo e denaro. Dall’altro, tuttavia, è innegabile che i video forniscono vantaggi notevoli. Innanzitutto, Youtube è il secondo motore di ricerca più utilizzato del web dopo Google; In secondo luogo, i contenuti video sono molto utili ai fini dei SEO; infine, un buon video è in grado di comunicare, coinvolgere ed “arrivare” all’utente come pochi altri contenuti.
Ok, stabilito che realizzare un video è senza dubbio interessante, la domanda successiva è: un video di cosa? Qui ci si può sbizzarrire: la più classica delle soluzioni è ovviamente un video di presentazione della propria struttura. In questo caso, però, si ottiene un effetto non molto diverso da quello garantito da una semplice galleria fotografica. Meglio cercare di essere più originali e di fornire contenuti interessanti. Un video che funziona sempre è per esempio quello in cui lo chef illustra la preparazione di una ricetta. Ci sono famosi portali che hanno fondato il loro successo sulle video ricette. Oppure una video intervista, per esempio al titolare che narra la storia della struttura. Far sentire la propria voce, mettersi in gioco con la propria faccia, può essere un modo molto efficace per raggiungere il cliente.
Ritenete che realizzare un video sia comunque troppo complicato? Esiste in ogni caso una soluzione che può fare al caso vostro: una slideshare. Una fotogallery animata nella quale le immagini si succedono l’un l’altra. E’ possibile realizzarle in maniera accattivante, con effetti di dissolvimento o altre animazioni (ora, per esempio, va di moda il time lapse: una serie di scatti effettuati a distanza di tempo vengono proposti a ritmo veloce, illustrando così in pochi secondi o minuti ciò che è accaduto nell’arco un lungo lasso di tempo. Caso tipico: Vendemmia, dall’uva al vino in due minuti); e soprattutto le si può corredare di una colonna sonora, proprio come un video. Il risultati possono essere d’effetto. Cosa si può ottenere? Pubblicandola su Youtube, si alimenta comunque la visibilità on line della struttura; e si possono ricevere feedback sorprendenti non dimenticando che anche il portale di video ha un’importante parte social nei propri commenti. Un esempio? Questo qui


lunedì 23 settembre 2013

Google+ Local: ecco come fare


Un piccolo vademecum per configurare al meglio la pagina della propria struttura

A Mountain View, evidentemente, credono molto in Google+. Tanto che le novità inerenti il social della Big G sono praticamente continue. Una delle più interessanti dell’ultimo anno, per quanto riguarda l’area business e le ricerche local, è stata la migrazione dalle vecchie pagine Google Places, alle nuove Google+ Local. Molti gestori di strutture ricettive, tuttavia, non hanno ancora effettuato il passaggio. Vediamo ora come fare, in pochi passi.
Innanzitutto, è necessario avere un account gmail, ed essere iscritti a Google+ con un normale profilo privato, come quello di Facebook. A questo punto, occorre cercare la scheda della propria struttura (se c’è) su Google Maps. Una volta trovatala, si clicca su “Gestisci questa Attività”. In breve tempo, Google invia una cartolina con un codice di verifica. Reclamata la scheda, è possibile associarla ad una nuova pagina Google+, completa di tutte le informazioni e le immagini della struttura. A questo punto, le medesime saranno visibili anche sulla pagina Local da parte di chi vi accede tramite Maps.
In teoria è tutto molto semplice, in pratica la cose si complicano un po’. Noi stessi, durante le prove, abbiamo constatato che utenti diversi visualizzano grafiche e menu differenti relativi alle proprie pagine. Il problema è che Google sta lentamente compiendo il passaggio al nuovo sistema delle pagine Local, e questo non avviene in contemporanea per tutti. Quindi alcuni utenti potrebbero già visualizzare la nuova grafica, e non avere problemi a seguire le istruzioni. Altri, potrebbero ancora visualizzare il vecchio Places. In questo caso, non resta che pazientare ed attendere il proprio turno.
L’importanza dell’operazione è in ogni caso evidente. Google+, in tutte le sue estensioni, si sta sempre più affermando come strumento per migliorare la visibilità on line e la brand reputation della propria struttura. Inoltre, la continua ascesa del mobile fa delle ricerche di prossimità una strategia di marketing fondamentale per il prossimo futuro. Ecco quindi che le pagine Local diventano uno snodo cruciale. In attesa di altre novità.

Web marketing su Twitter: qualche consiglio

Ostico per molti, il social degli uccellini può rivelarsi utile. A patto che…

O lo ami o lo odi. Twitter non conosce mezze misure e divide il popolo della rete tra coloro che lo utilizzano in maniera compulsiva, e quelli (la maggior parte) che hanno un rifiuto fisiologico verso hashtag, menzioni e retweet. E che di conseguenza non prendono nemmeno in considerazione l’idea di utilizzarlo come strumento di web marketing per la propria attività.
In realtà anche Twitter, se usato bene, può essere uno strumento utile per un hotel, un ristorante, un agriturismo o un B&B. Innanzitutto, ovviamente, è fondamentale superare lo scoglio iniziale: l’Uccellino Blu tende a risultare ostico per chi è alle prime armi. L’utilizzo degli hashtag complica la lettura per chi non vi è abituato, ed il limite dei 140 caratteri può apparire troppo restrittivo. In realtà, una volta abituatisi, si scopre che tutto funziona in modo naturale. A questo punto, è fondamentale tenere bene a mente una vecchia regola, che vale per tutti i social (Facebook compreso): meglio pochi ma buoni. In altre parole, è poco remunerativo (oltre che dispendioso) dare la caccia ad un grande numero di persone per aumentare rapidamente il numero dei propri follower (qui in ogni caso, una guida rapida per chi volesse sperimentare gli annunci pubblicitari), se poi questa platea non è davvero interessata a ciò che abbiamo da dirle, e alla nostra attività. Molto meglio concentrarsi sul proprio orticello, far sì che i follower siano autentici e convinti sostenitori della nostra attività, e soprattutto curare il rapporto con loro.
Qui viene il bello. Cosa fare per ottimizzare le interazioni con i propri follower? Ricordiamo che un retweet equivale ad un condividi su Facebook: amplifica in modo esponenziale la visibilità di un tweet, e porta di conseguenza nuovi follower. Innanzitutto, occorre pensare al momento più adatto per twittare. Le Twitt List (TL) degli utenti sono infatti dei nastri trasportatori che scorrono velocissimi: un tweet viene trascinato in basso e scompare nell’arco di poco tempo, molto più in fretta di quanto avvenga su Facebook. La scelta del momento in cui twittare si rivela quindi strategica. Spesso, i momenti migliori sono pausa pranzo-primo pomeriggio, e ore serali prima e dopo cena. Ottimo momento, soprattutto per chi ha un’attività ricettiva, il venerdì pomeriggio, ed il week end in generale.
A questo punto, spesso, sorge un’altra domanda? Quanto Twittare? Alcuni utenti si convincono che per aumentare i propri follower occorre un gran numero di tweet giornalieri. Non è vero, anzi: twittare troppo può essere, come spesso accade, controproducente. 4 tweet al giorno possono bastare. L’importante è che ad essi segua la dovuta interazione: del resto se si chiamsa social network, un motivo ci sarà! Nulla è più antipatico di un’interazione cui segue il silenzio. Se un follower ci risponde, è fondamentale replicare a nostra volta. Se proprio siamo di corsa e non ci viene in mente nulla, c’è un comodo strumento che Twitter ci mette a disposizione: l’aggiunta ai preferiti (il simbolo della stella). “Stellinare” un tweet è un po’ l’equivalente del like messo ad un commento ad un post su Facebook: consente di ringraziare quell’utente per aver partecipato ad una nostra discussione.
Ma quali regole seguire per la scrittura dei Tweet? Innanzitutto, sebbene oggi vadano di moda e compaiano un po’ ovunque, è bene non esagerare con gli hashtag: non dimentichiamo che per molti costituiscono un ostacolo ad una lettura scorrevole, e risultano graficamente fastidiosi. Fondamentali sono poi lo stile e la correttezza grammaticale e sintattica: il limite dei 140 caratteri non è una scusa per esagerare con le abbreviazioni, e gli errori di battitura sono sempre fastidiosi.
Infine, meglio evitare di collegare gli account Twitter e Facebook. I due social network sono profondamente diversi, hanno regole differenti ed utenze con differenti abitudini. Raramente ciò che funziona su Twitter fa altrettanto su Facebook. Meglio quindi tenere gli account separati ed al limite usare Twitter, con una breve frase introduttiva e lasciata in sospeso, per incuriosire, come rampa di lancio per i post su Facebook, in modo da attrarre nuovi like e nuovi fan.
Ciò detto: le regole, sui social network, non sono mai ferree, e lo spazio per le eccezioni abbonda. Non resta che provare e sperimentare: più si riesce ad essere creativi, più si ottengono risultati.

lunedì 22 aprile 2013

Cibo e social: un abbinamento vincente


Diverse ricerche testimoniano il successo degli argomenti legati all’enogastronomia sui social network.
Parlare di cibo appassiona. Non è certo una novità, ed il successo di innumerevoli trasmissioni tv dove si cucina e si parla di cibo è lì a testimoniarlo. Ciò che ci interessa è la tendenza, confermata da un’indagine condotta da Reputazion Manager, secondo la quale l’argomento trova sempre maggior seguito anche nel web 2.0., dove i blog che parlano di fornelli e ricette sono in continua crescita, e guadagnano costantemente in popolarità.
Un paio di numeri: secondo la ricerca, sono 340 mila gli utenti italiani di Facebook che, ogni mese, seguono le pagine dei vari foodblogger. Di questi 340 mila, oltre 30 mila sono attivi quotidianamente con like e commenti ai post. Tra i contenuti che paiono riscuotere maggior successo, le immagini di piatti con descrizione della preparazione. Oltre che su Facebook, questo tipo di contenuti sembra incontrare i favori degli utenti anche su Pinterest, Instagram, Evernote Food, Vinix e Disharing. Gli ultimi 3 sono social network dedicati agli amanti della buona tavola, e vantano una comunità di fedeli in continua crescita.
Non solo: anche le più popolari trasmissioni tv che parlano di enogastronomia raggruppano community di migliaia di utenti che si scambiano opinioni sulle ultime puntate andate in onda. La celebre “Cotto e Mangiato”, per esempio, risulta essere tra i cinque programmi italiani con più fan su Facebook, mentre “Masterchef” è tra i trend topic di Twitter.
Tra le ultime tendenze che paiono prender quota, il cosiddetto “piatto social”: il ristorante propone ai propri fan, o follower, una serie di alternative, o ingredienti, tra cui scegliere, e l’opzione che ottiene maggior successo va a comporre il piatto social della settimana.
Moda? Tendenza passeggera? Qualunque sia la natura del fenomeno, risulta innegabile che l’argomento cibo e vino è tra quelli che più appassionano e fanno discutere gli appassionati. Essere “social” e condividere, far conoscere e commentare i propri piatti su un blog o su un social network pare essere sempre più una strada da percorrere per ristoranti, trattorie, agriturismo, wine bar.
Come sempre, chi è bravo emerge.

venerdì 1 marzo 2013

9 consigli su Facebook, da parte di Facebook

In un documento del 2011 recentemente rispolverato, il team del social in blu fornisce alcuni suggerimenti per una gestione efficace della Pagina Fan


Il social media marketing non è più una novità. E’ ormai qualche anno che molte aziende hanno intrapreso strategie di comunicazione sui social network, Facebook in primis. I risultati non sono sempre all’altezza delle aspettative, ed è per questo che con il tempo è nata la figura del consulente: un esperto di social che aiuta e consiglia nella gestione ottimale di una pagina fan: questo blog ne è un esempio.
Se per una volta, tuttavia, a dispensare consigli sono gli uomini di Facebook in carne ed ossa, vale sicuramente la pena leggere ciò che hanno da dirci: chi più di loro può sapere cosa davvero funziona, e cosa no, in una strategia di comunicazione attraverso una Pagina Fan? E’ ciò che è accaduto con la pubblicazione di queste dispense (qui in inglese), datate in realtà 2011 ma recentemente rispolverate: i consigli, come si può facilmente notare, sono assolutamente attuali. Vediamoli uno per uno.
1. Siate sintetici
Se Twitter ha fondato il proprio successo sul limite dei 140 caratteri, anche gli uomini di Facebook ci dicono che i post concisi sono i più efficaci. Studi statistici indicano che contenuti testuali che contengono al massimo 250 caratteri (meno di tre righe) ottengono il 60% in più di like, condizioni e commenti. Questi contenuti non necessitano inoltre di essere espansi per essere letti per intero (una regola aurea del web recita: meno click, maggiori risultati), e sono più fruibili e condivisibili.
2. Un’immagine vale più di cento (o mille) parole 
L’abbiamo sottolineato più volte (http://bit.ly/WtUSQD ), e questa volta ce lo dicono anche quelli di Facebook. I post con contenuti visuali (foto o video) ottengono dal 120 al 180% in più di popolarità rispetto a quelli solo testuali. Da non dimenticare la seconda regola fondamentale della comunicazione social: dimenticatevi le immagini patinate in stile brochure. Su Facebook funzionano immagini dinamiche, divertenti, i dietro le quinte, le foto dello staff. Siate creativi, siate originali.
3. Pubblicate contenuti con regolarità
Non esiste una regola universale circa la frequenza con cui conviene postare (qui abbiamo analizzato la questione). Ogni struttura si regola in base ad una serie di tentativi, ed alle esigenze della propria clientela. L’importante è fissare un obiettivo, e mantenerlo: due o tre post la settimana possono bastare, però non fateli mai mancare ai vostri fan. Evitate di eccedere e di spammare: l’effetto sarebbe quello di un boomerang.
4. Coinvolgete i vostri fan con domande
Un Social Network è, per definizione, un luogo dove la dimensione sociale è fondamentale. L’Interazione con i fan, lo scambio di pareri, battute ed opinioni non dovrebbe mai mancare in una Pagina Fan che funzioni. Cercate quindi di coinvolgere chi vi segue con domande, quiz, richieste di opinioni sul vostro operato. Di solito, chi vi segue è felice di darvi il suo parere. Potete anche utilizzare l’applicazione per creare sondaggi: di solito genera una buona partecipazione.
5. Provate i post “Fill in the blank”
Se i vostri fan apprezzano il fatto di essere interpellati, perché non provare a coinvolgerli anche con I post “da completare”? Ricerche di Facebook hanno stabilito che questa tipologia di contenuti riscuote il 90% di successo in più rispetto ad un post tradizionale. Un semplice esempio: se siete produttori di vino, invitate i vostri fan a completare il seguente post: “Stasera abbinerei un bicchiere del Rosso Superiore Riserva con un piatto di …”. Le risposte non tarderanno ad arrivare.
6. Create contenuti esclusivi riservati ai vostri Fan
Chi decide di cliccare like alla vostra pagina, gradisce l’idea di entrare a far parte di un club esclusivo e di ricevere le attenzioni e le coccole riservate ai vostri migliori clienti. Create contenuti esclusivi apposta per i vostri fan: sconti, promozioni, eventi dedicati fanno leva sul principio di scarsità e generano fidelizzazione. Provate anche con vantaggi speciali con scadenza a tempo.
7. Create ricompense per i vostri migliori fan
Generate concorsi, quiz, indovinelli, e ricompensate chi vince con vantaggi esclusivi. Tutto ciò aumenta la frequenza di interazione con i vostri fan e genera fidelizzazione.
8. Siate sul pezzo
Se non c’è nulla di più triste del menu di Capodanno ancora in bella vista quando ormai si avvicina Pasqua, essere attivi con contenuti d’attualità genera invece entusiasmo e popolarità. Create post che parlino del momento, dell’evento, della ricorrenza o della festività in corso.
9. Dite cose diverse a gente diversa
L’avvento dei post sponsorizzati ha acceso i riflettori sull’importanza di targettizzare i contenuti, ma in realtà porre attenzione a cosa raccontare a chi è sempre stato fondamentale. Se volete pubblicizzare il menu del pranzo di Pasquetta, probabilmente non ha molto senso farlo con i vostri fan statunitensi: difficilmente si sobbarcheranno un volo transoceanico solo per venire a pranzo da voi. In questo caso, conviene riservare la comunicazione ai fan che vivono in un raggio di un centinaio di chilometri dalla vostra struttura. Discorso inverso per un last minute riguardo ad un soggiorno di una settimana a luglio: in questo caso difficilmente il discorso potrà interessare a chi abita a pochi chilometri da voi, mentre i vostri fan statunitensi potrebbero essere molto sensibili all’argomento.

venerdì 18 gennaio 2013

Global Hotel Exchange, il primo portale senza commissioni


Lanciato nel 2012, GHE ha un indubbio vantaggio per i gestori di strutture ricettive: non chiede un centesimo in commissioni. Ma funziona?

Sono lo spauracchio di chi si affida ai portali per riempire la propria struttura ricettiva. Le commissioni, che spesso superano il 40%, rischiano di azzerare il margine di profitto da parte dell’albergatore. Perché non proporre qualcosa di completamente diverso? E’ partito da queste considerazioni Thomas Magnuson, albergatore egli stesso, per lanciare il suo rivoluzionario Global Hotel Exchange (https://www.globalhotelexchange.com/ ). Il portale non chiede un euro alla struttura. Richiede, in compenso, un piccolo contributo da parte del cliente al momento della prenotazione. Vediamo come funziona.
Innanzitutto è necessario registrarsi al servizio. Si accede quindi ad una schermata di ricerca che chiede di inserire destinazione e date del soggiorno. Il primo limite (momentaneo?) appare evidente dopo poche prove: le strutture presenti sono poche, e concentrate nelle grandi città. Tuttavia, ciò che rappresenta un problema per il cliente, può trasformarsi in un notevole vantaggio per l’albergatore: essere l’unica struttura presente in una determinata zona, garantisce infatti visibilità.
Effettuata la prima ricerca, si accede alla pagina che mostra l’elenco delle strutture. E’ possibile affinare i criteri di ricerca secondo altri parametri (fascia di prezzo, numero di stelle o altre caratteristiche come la presenza di una piscina). Cliccando su una delle strutture, si accede alla classica pagina con descrizione, immagini e mappa. Dal menu in alto a destra si accede alla lista delle diverse tipologie di camere, con le relative tariffe. Effettuata la scelta, al momento della prenotazione, appaiono chiare le condizioni:

“GHE ti permette di cambiare la prenotazione direttamente con l’hotel senza le inflessibili politiche degli intermediari.Non dovrai pagare la camera e le tasse finché non sarai arrivato in hotel, solo un costo di 2,99 $ necessario a coprire i costi sostenuti da GHE e del suo sistema di prenotazione basato su un mercato libero.”

Global Hotel Exchange specifica quindi che la camera verrà saldata direttamente alla struttura, senza anticipi. E che lascia facoltà al cliente di concordare con la medesima un cambio di date, senza penali. L’unico costo richiesto al momento della prenotazione è un pagamento di 2,99 $.
Il tutto sembra allettante, ma ha appeal agli occhi del cliente? L’impressione è che, per il momento, il sistema appaia ancora un po’ acerbo e poco convincente per richiedere la pur piccola commissione all’utente. Il portale ha per il momento scarsa visibilità, è poco conosciuto e, come detto, le strutture presenti sono poche. Soprattutto, manca un sistema di recensioni, il che costituisce innegabilmente un problema.
Gli sviluppatori tuttavia sembrano avere le idee chiare, e del resto il loro curriculum nel campo dell’hotellerie e del web marketing lascia ben sperare. Non resta che iscriversi e seguire gli sviluppi di Global Hotel Exchange: potrebbero essere interessanti.

venerdì 7 dicembre 2012

Quando pubblicare su Facebook?

La scelta del momento della giornata, o dei giorni della settimana, in cui pubblicare contenuti sui social network è cruciale, e non mancano le sorprese.
Se fate marketing su Facebook, certamente sapete che non tutti i vostri clienti/fan vengono raggiunti da ciò che pubblicate. Generalmente, meno del 20% visualizza sulla propria bacheca ciò che avevate da dirgli. E’ infatti una tendeza in continuo aumento, da parte di Facebook, quella di limitare la visibilità dei contenuti pubblicati dalle pagine. Perché? Il motivo è proprio legato al proliferare di queste ultime: in pratica, la concorrenza tra le aziende che fanno marketing su Facebook si sta facendo spietata, e Facebook ha messo in atto una sorta di “selezione naturale”. Ne abbiamo parlato diffusamente qui (link al pezzo sui post a pagamento).
In questa puntata, porremo l’accento su un altro aspetto: se il gioco si fa duro, diventa fondamentale curare ogni aspetto della nostra strategia. Compreso il “timing” dei nostri post. Ovvero, il momento della giornata, o i giorni della settimana, in cui ci conviene pubblicare qualcosa, per avere maggiore visibilità. Ricordiamo ancora una volta che maggiore visibilità significa maggiore interazione (sotto forma di commenti, like, condivisioni), il che a sua volta garantisce visibilità più a lungo (i post popolari restano nelle bacheche per più tempo), con conseguente ulteriore interazione, in un meccanismo che si autoalimenta.
Bene, ma come faccio a capire quando mi conviene pubblicare qualcosa? Beh, se ci sono regole fisse, che vedremo tra poco, è anche vero che ogni azienda ha una propria clientela (o potenziale tale), con proprie abitudini e usi particolari: ciò che è valido per la mia azienda, non necessariamente lo è per quella del mio collega. Conviene allora raccogliere dati statistici, per comprendere quando i post ottengono maggiori visualizzazioni. Lo si può fare comodamente tramite Insight, lo strumento per l’analisi statistica del traffico generato dalle pagine Facebook: posso per esempio pubblicare post in orari diversi, e verificare poi quante visualizzazioni ho raccolto per ognuno di essi. Idem per i diversi giorni della settimana.
Un metodo alternativo a Insight è utilizzare un sondaggio. Esistono diverse applicazioni su Facebook, installabili sul proprio profilo ed utilizzabili quindi per la pagina fan, che permettono di creare e promuovere sondaggi presso i propri clienti. Utilizzando una di queste applicazioni, è possibile chiedere a chi segue la nostra pagina quando tende ad utilizzare maggiormente Facebook, in quali momenti della giornata o in quali giorni della settimana. Lo stesso strumento, tra l’altro, è utilizzabile per chiedere ai propri fan quali tra i contenuti pubblicati ritengono più interessanti: promozioni e offerte, news sul territorio, immagini, ecc. A patto di non esagerare, di solito le persone accolgono favorevolmente i sondaggi (che in questo caso sono costituiti da una sola, semplice domanda a risposta multipla, quindi richiedono pochi secondi di attenzione) e forniscono un buon tasso di partecipazione.
Se questi sono gli accorgimenti che chiunque faccia marketing su Facebook dovrebbe mettere in pratica per cercare di capire quando i suoi fan utilizzano maggiormente il social network, c’è poi una serie di considerazioni che valgono un po’ per tutti.
Molto spesso, chi pubblica contenuti sulla pagina aziendale, tende a farlo durante l’orario di lavoro. Bene, fermatevi a pensare un attimo a quando voi usate di più Facebook. Lo fate a metà mattina o a metà pomeriggio, oppure a colazione, nella pausa pranzo o la sera, dopo cena? Di lunedì, o la domenica pomeriggio? Nella maggior parte dei casi, appare evidente che la gente usa Facebook quando ha tempo, quindi durante la pause di lavoro, o la sera, o durante il week end. Ecco perché (fatto salvo il principio per cui ogni azienda ha una clientela particolare, con usi particolari), di solito può essere utile pubblicare contenuti la sera dopo cena, o la domenica, o il lunedì mattina tra le 8 e le 9, mentre la gente beve il caffè o è appena giunta in ufficio e fa un giro su Facebook prima di iniziare a lavorare. Dopo pochi tentativi, chiunque si può facilmente rendere conto dei risultati.
La concorrenza tra le pagine su Facebook si sta facendo spietata ed emergere non è semplice, ma con i giusti strumenti strategici si possono ottenere risultati importanti.

venerdì 30 novembre 2012

La Landing Page


Vediamo come funziona l’ultimo, fondamentale passaggio di una campagna pubblicitaria su Facebook

Avete mai provato a fare una campagna pubblicitaria su Facebook? Se sì, avrete avuto a che fare con la scelta tra CPC e CPM, con la definizione del target, del bacino degli utenti di riferimento e con la decisione del budget da investire. Ma avete posto attenzione alla costruzione di una landing page efficace e funzionale agli obiettivi della vostra campagna?
Innanzitutto: cos’è una landing page? Quella che in italiano si definisce “pagina d’atterraggio” altro non è che, appunto, la pagina a cui viene indirizzato chi clicca sulla vostra inserzione pubblicitaria (le inserzioni pubblicitarie su Facebook, ricordiamolo, sono quelle che compaiono in alto a destra nella vostra bacheca). Si tratta evidentemente di un passaggio fondamentale, in quanto dalle caratteristiche e dalla qualità della landing page dipende il successo o meno della vostra campagna promozionale.
La prima scelta che ci troviamo a compiere riguardo alla landing page è: se costruirla interna o esterna a Facebook? Vediamo nel dettaglio entrambe le opzioni.
La landing page interna a Facebook (denominata anche landing tab) è una sezione della nostra Pagina Fan. Esistono diversi strumenti per costruirla: se per una landing tab semplice possiamo spesso fare da soli, per le soluzioni più complesse (ma anche più originali, creative ed efficaci), può essere utile richiedere l’aiuto del nostro web master. Generalmente, chi sceglie una landing tab lo fa per promuovere innanzitutto la visibilità della propria pagina fan e quindi, di rimando, della propria attività. La landing tab è infatti spesso strutturata per incentivare il navigatore a cliccare “mi piace” alla nostra pagina. Così facendo, ci consente di ottenere il doppio risultato che chi ha frequentato i corsi eGuides conosce bene:
1.      Chi clicca “mi piace” alla nostra Pagina, fa sapere a tutti i suoi amici su Facebook che gradisce i nostri prodotti e servizi. Se per esempio un utente ha 300 amici su Facebook, tutti 300 (o buona parte di essi) vedranno che quell’utente ha cliccato “mi piace” alla nostra Pagina (sulla bacheca degli amici comparirà il post “a Tizio piace la Pagina tal dei tali”). In questo modo, com’è chiaramente intuibile, quell’utente ci sta facendo una notevole pubblicità gratuita.
2.      Chi clicca “mi piace” alla nostra Pagina vi resta agganciato: potremo aggiornarlo sulle novità, sulle news, sulle promozioni speciali riservate ai fan. Si è visto nelle scorse newsletter come, in realtà, da qualche tempo sia diminuita la visibilità dei contenuti pubblicati dalle pagine presso i fan: qui alcune idee su come risolvere il problema.

Insomma, quando la landing page è interna a Facebook, ciò che ci dovrebbe interessare maggiormente è incentivare gli utenti a cliccare il famigerato “mi piace”. Ma quali leve possiamo sfruttare a tale riguardo? Una delle principali, e più efficaci, è il cosiddetto “Principio di Scarsità”. E’ il meccanismo che utilizzano tutti i venditori quando ci dicono “promozione imperdibile: solo per oggi, solo per i primi cento fortunati, solo per i nostri clienti più affezionati”. Insomma, il principio si fonda sul trasmettere l’idea che un certo bene o servizio è disponibile solo in quantità limitata (o per un periodo di tempo limitato), in modo da renderlo automaticamente esclusivo agli occhi del consumatore, e quindi più desiderabile. Corollario di questo principio, è l’idea di rendere la Pagina Fan (e quindi la comunità dei nostri fan) un club esclusivo che riunisce i nostri migliori clienti, a cui riserviamo trattamenti speciali: le persone amano sentirsi coccolate. Per incentivare l’utente a cliccare mi piace, quindi, può essere molto utile riservare promozioni speciali e condizioni esclusive ai nostri fan: in altre parole, a chi ha cliccato “mi piace”. E’ anche consigliato (chiedete al vostro web master) costruire un meccanismo per cui alla scritta “clicca mi piace per accedere le nostre offerte riservate ai fan”, si sostituiscono appunto le promozioni speciali una volta che l’utente ha cliccato sul tasto “mi piace”.

L’altra soluzione per la costruzione di una Landing Page, come dicevamo in principio, è esterna a Facebook. In questo caso, tipicamente, sarà una sezione del nostro sito web. Ecco che risulta di fondamentale importanza che la pagina d’atterraggio sia pertinente con la campagna pubblicitaria che ha spinto l’utente a cliccarci sopra. Se infatti, ad esempio, l’utente ha cliccato sulla nostra campagna relativa al lancio del nostro nuovo centro benessere perché particolarmente interessato al tema, ma si trova poi indirizzato alla home page del nostro sito, dove visualizza una galleria di fotografie della nostra struttura e dei dintorni, senza alcun rimando al centro benessere che gli interessava, è probabile che se ne vada infastidito dopo pochi secondi. Se invece la pagina di atterraggio è stata appositamente costruita per la campagna, e contiene immagini del nuovo centro benessere, e magari pacchetti promozionali legati al suo lancio, il risultato, come potete ben immaginare, sarà ben diverso. Questa considerazione ce ne suggerisce un’altra: la landing page esterna a Facebook risulta particolarmente indicata quando lo scopo della nostra campagna pubblicitaria è vendere. Se nel primo caso, quello della landing page interna a Facebook, il nostro scopo principale era far acquisire “mi piace” alla nostra Pagina Fan, aumentandone la visibilità e fidelizzando i nostri clienti, in questo caso vogliamo proprio monetizzare vendendo un particolare prodotto o servizio. Fondamentale, allora, aggiungere una scritta che reciti “ti interessano le promozioni relative al lancio del nostro nuovo centro benessere? Contattaci per maggiori informazioni o per prenotare la tua vacanza esclusiva”, seguita dai nostri recapiti mail e telefonici, o, se ne avete uno, da un modulo per il booking on line.
Il tema relativo alla campagne pubblicitarie su Facebook è ovviamente ampio e complesso: nelle prossime newsletter, cercheremo di trattare e fare luce su molteplici altri aspetti di questo nuovo e stimolante modo di fare marketing sul web 2.0.

Migliorare la reputazione on line: formazione del personale e recensioni


Consigli e idee per incentivare i clienti soddisfatti a condividere le loro impressioni sul web

Recensioni positive, quanta fatica! E’ risaputo che il principale problema di Tripadvisor e altri portali di recensioni è dovuto al fatto che il cliente soddisfatto è meno portato a scrivere recensioni, rispetto a chi ha qualcosa da ridire. Risultato: rischiamo di trovarci con un rapporto tra commenti positivi e negativi decisamente sbilanciato a favore dei secondi, con un’immagine che non corrisponde alla realtà dei fatti. Il problema è che noi lo sappiamo, chi legge no.
La soluzione sarebbe incentivare i clienti soddisfatti a lasciare recensioni, senza apparire inopportuni o insistenti. Come fare?
Innanzitutto, se resta sacrosanta la regola aurea per cui sono fondamentali la prima e l’ultima impressione che lasciamo al cliente (al suo arrivo e alla partenza), è anche vero che il contatto con lui non si esaurisce certo al momento del check in e check out. Durante il soggiorno, il nostro cliente avrà a che fare con camerieri, ragazze delle pulizie, addetti al centro benessere, ecc. E’ evidente che gentilezza e attenzione devono essere prerogative di tutto lo staff della struttura, non solo del titolare o del responsabile. A tale proposito, può essere utile coinvolgere e motivare lo staff con momenti di formazione: non tutti i dipendenti, per esempio, necessariamente conoscono Tripadvisor. E’ utile allora illustare a tutti i nostri collaboratori vantaggi e rischi del portale, e far conoscere loro le recensioni che i clienti hanno lasciato sulla nostra struttura. A volte, poi, nella propria recensione, il cliente cita esplicitamente una certa persona (la receptionist, la cameriera), il che generalmente genera reazioni di sorpresa: sentirsi chiamati in causa direttamente è il miglior stimolo a far bene per i nostri collaboratori.
Una volta che tutto il personale ha ben appreso l’importanza delle recensioni on line, nonché il peso da dare ad ogni istante del soggiorno del cliente, si può passare ad affrontare un altro problema: siamo sempre in grado di “percepire” la reale customer satisfaction? Tutti, al momento del check out, chiedono al cliente se il soggiorno è stato di sua soddisfazione. Spesso la risposta è un semplice “sì, grazie”. Cui a volte fa seguito, da quello stesso cliente, una recensione negativa su Tripadvisor. In questi casi si tende ad arrabbiarsi con il cliente, chiedendosi “ma non poteva lamentarsi direttamente con noi?”. Il problema è che per il consumatore è molto più semplice scrivere una recensione dalla tastiera di un pc, a centinaia di chilometri da noi, piuttosto che esporci a voce le sue perplessità: nel primo caso, infatti, evita il confronto diretto. A noi, non resta che prendere atto di questa tendenza e cercare di prevenirla. Come? Facendo di tutto affinché la valutazione del grado di soddisfazione del cliente sia il più possibile precisa e corrispondente al vero, agli occhi di chi dovrà fare la fatidica domanda “tutto bene?” al momento del check out.
Il discorso può essere complesso in strutture che coinvolgono il cliente in diversi momenti ed attività. Immaginiamo un relais con centro benessere, piscina, affitto biciclette e ristorante. Il cliente viene seguito a colazione, dal personale del centro benessere, da quello delle piscine, da chi si occupa di fornire bici sempre in perfetto stato, ed infine dal personale di sala e cucina del ristorante. Quando infine il nostro cliente giunge alla reception al momento del check out, è impossibile per chi gestisce questo momento avere un’idea chiara ed esaustiva di tutti i momenti del suo soggiorno. Un’idea è che gli altri dipendenti diano una mano a chi gestisce i check out, fornendo la loro impressione sul grado di soddisfazione del cliente in questione. Ad esempio è possibile, a tale riguardo, preparare delle schede per ogni cliente, sulle quali ogni addetto può compilare il campo relativo alla propria attività (ristorante, piscina) con un giudizio sul grado di soddisfazione di quel determinato cliente. Quando la scheda compilata in tutti i campi, infine, giunge alla reception al momento del check out, l’addetto può facilmente ricostruire con uno sguardo l’andamento del soggiorno del cliente in questione momento per momento, e prevenire eventuali criticità. Se ad esempio alla casella biciclette il giudizio appare critico (perché ad esempio, al momento della riconsegna, il cliente ha lamentato malfunzionamenti), gli si può chiedere: “ci è giunta voce che non siate stati completamente soddisfatti delle nostre bici. Vi possiamo chiedere per quale motivo?”. Al che, generalmente, il cliente non avrà difficoltà a esternarci il fatto che, ad esempio, il cambio a volte si è inceppato. A questo punto sarà gioco facile per l’addetto scusarsi, ringraziare il cliente per la segnalazione, sottolineare che il problema verrà gestito e risolto al più presto, e rimediare con un piccolo sconto o un omaggio. Difficile che, di fronte, ad una gestione di questo tipo, il cliente scriva una recensione negativa su Tripadvisor: avremo gestito e prevenuto la criticità.
Fin qui abbiamo parlato di come prevenire le critiche negative. Resta il problema di come incentivare quelle positive. A tale scopo, può essere utile dotarsi di piccoli gadget o cadeaux da donare ai clienti che si mostrano particolarmente soddisfatti al momento del check out. Se la scheda di valutazione del grado di soddisfazione del cliente mostra tutti giudizi decisamente positivi, e alla domanda “tutto bene?” il cliente risponde in maniera entusiastica, ringraziandoci dell’esperienza che gli abbiamo fatto vivere, ecco che può essere opportuno omaggiarlo con un cadeau appositamente confezionato. Quando lo scarterà, il cliente vi troverà l’omaggio che avremo scelto, più un biglietto dove troverà scritto che speriamo che il suo soggiorno sia stato soddisfacente (e noi sappiamo che lo è stato) e, in caso affermativo, gli chiediamo, se ne ha voglia, di scrivere due righe su Tripadvisor per condividere con quante più persone possibile la sua esperienza. I risultati non sono immediati né garantiti in maniera automatica, ma dopo un po’ arrivano. Inutile dire che è bene evitare la tecnica del cadeau con chi non è completamente soddisfatto, pena ritrovarsi con qualche sorpresa poco gradita! Insomma: l’aspetto fondamentale risiede nell'avere una percezione il più possibile precisa del grado di soddisfazione del cliente al termine della sua esperienza presso la nostra struttura.
C’è infine uno strumento tecnologicamente raffinato che ci può dare una grossa mano nella gestione delle recensioni (non solo su Tripadvisor, ma anche sulle nostre pagine social) da parte dei clienti, ed è la Social Wi Fi da fornire ai clienti per permettere loro di navigare su internet con i loro dispositivi. Argomento che tratteremo approfonditamente in una delle prossime newsletter.