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lunedì 1 giugno 2015

Social Network e marketing: il presente e il futuro

Il settimo Social Media Marketing Industry Report commissionato dal Social Media Examiner fotografa la situazione e fa qualche previsione

3700 responsabili marketing di varie aziende, in svariati settori, sparse in tutto il mondo. E’ questo il panel di intervistati del settimo Social Media Marketing Industry Report  commissionato dal Social Media Examiner. E ben il 92% di questi dichiara di considerare importante la presenza sui social network della propria azienda, anche se solo il 42% afferma di saper calcolare il ROI, e alla domanda “il mio Facebook marketing è efficace?” la percentuale scende ulteriormente al 36%. Insomma: il social media marketing genera entusiasmo, è facile intuirne le potenzialità, decisamente meno è saperle cogliere.
Tra i vantaggi principali, ed immediati, dell’attività social, compare l’aumento di visibilità per la propria azienda, con un annesso aumento di visite al sito. Ben il 51% del campione dichiara però di aver anche aumentato le vendite (i risultati delle risposte non sono scorporati per settore di provenienza, ma si sa che l’8% degli intervistati lavora in quello turistico).
Facebook (in primis) e Twitter sono i social di gran lunga più utilizzati, mentre Instagram è quello che sta registrando i tassi di crescita più elevati. Tra i contenuti giudicati più efficaci, i blog post, ovvero gli articoli a tema che magari rimandano al blog o al sito, e ovviamente gli onnipresenti contenuti visuali.
E per il futuro? Un po’ a sorpresa, la maggior parte degli intervistati ha dichiarato di voler aumentare i propri sforzi su Twitter, Linkedin (per quanto riguarda il B2B) e Youtube, snobbando invece Instagram e Pinterest. Il che verrebbe da dire, fa un po’ a pugni con quanto affermato dagli stessi intervistati appena prima. Insomma: i social delle immagini probabilmente hanno il futuro dalla loro e, anzi, non è detto che un domani, ad andare per la maggiore, non sia un social che oggi non è stato ancora inventato.

martedì 23 dicembre 2014

Facebook e i post personalizzati per aree di interesse

Una nuova rivoluzionaria funzione permetterà di rendere visibili determinati contenuti soltanto a coloro tra i fan che ne sono davvero interessati
Il news feed di Facebook, si sa, è sempre più saturo. La competizione è sempre maggiore, e ciò ha portato ad una drastica riduzione della visibilità dei post delle pagine, che oggi si aggira tra il 3 ed il 6%. C’è però il rovescio della medaglia: lo scopo di Zuckerberg e i suoi, in fondo, non è altro che ottimizzare la user experience degli utenti. Ovvero, far vedere ad  ognuno i contenuti che gli interessano veramente, e di conseguenza incrementare il numero di interazioni (mi piace, commenti e condivisioni) per ogni singolo contenuto.
Sembra essere – a ragione – una vera ossessione, questa, per il team di Menlo Park, ed è per questo che sta per arrivare una nuova funzione, finora riservata agli annunci a pagamento, che rivoluzionerà il modo di pubblicare contenuti da parte delle Pagine: la pubblicazione di post mirati per aree di interesse.
Facciamo un esempio: supponiamo di gestire una struttura che produce marmellate biologiche e al contempo ha un maneggio. Non tutti i nostri clienti che vengono a cavalcare potrebbero essere interessati anche e alle prime, e viceversa. Con il nuovo strumento, in pratica, dopo aver scritto il post e prima di pubblicarlo, sarà possibile cliccare sull’apposita icona del mirino e selezionare l’opzione “interessi”: a questo punto, un po’ come accade per gli annunci a pagamento, si possono inserire una o più aree (semantiche) d’interesse. Mentre lo si fa, viene mostrato il numero di fan potenzialmente raggiungibili. Vien da sé che l’opzione è interessante a patto che si abbia un buon bacino di fan. Una Pagina con poche centinaia di like vedrebbe ben presto restringersi il pubblico virtuale a poche decine di persone.
L’utilizzo ottimale di questo nuovo strumento può portare vantaggi tangibili, perché non fa che soddisfare il mantra di Zuckerberg e i suoi: fornire ad ogni utente contenuti di qualità e attinenti ai suoi interessi. E le Pagine che lo fanno, si sa, vengono premiate in quanto a visibilità dei post. Questa volta, gratis.

Il blog Pro-Muoviti e la Newsletter torneranno con i nuovi articoli dopo le Feste. Il team E-Guides vi augura un sereno Natale e un felice Anno Nuovo.

lunedì 15 dicembre 2014

Facebook e post delle Pagine: come avere più visibilità

La percentuale di fan che si raggiungono con un post organico è scesa al 3-6%: alcuni trucchi per aumentarla
Il bello di Facebook è che è gratis. Lo si è ripetuto come un mantra per anni, ma oggi, a quanto pare, le cose non stanno più così. Già, perché stando alle statistiche più recenti, la percentuale di fan raggiunta mediamente attraverso un post organico (cioè non a pagamento) pubblicato dalla propria Pagina oscilla tra il 3% ed il 6%. Una miseria. Vien da sé che con percentuali così striminzite, creare engagement diventa una chimera. Facebook, insomma, sta spingendo in modo sempre più deciso i gestori delle pagine a ricorrere alle soluzioni a pagamento (post sponsorizzati). Alla faccia, come dicevamo, del “Facebook gratis”.
C’è tuttavia qualche trucco a cui possiamo ricorrere per aumentare la visibilità dei nostri contenuti, senza metter mano al portafogli. Innanzitutto, limitare al minimo indispensabile i post promozionali, ovvero quelli in cui invitiamo gli utenti ad acquistare un prodotto o servizio o a scaricare un’applicazione; quelli dove li spingiamo a partecipare ad una promozione o concorso non contestuali alla pagina; e quelli infine che sono una replica identica di contenuti utilizzati per una campagna pubblicitaria. Se riguardo a questo tipo di post c’è sempre stata la regola aurea del 2/10 (non più di due post promozionali ogni 10), oggi forse vale la pena considerare l’idea di ridurre ancora questa quota, poiché Facebook ha annunciato che da gennaio ridurrà ulteriormente la visibilità dei post considerati promozionali rispetto a quelli che non lo sono.
Conviene poi prestare attenzione al format che diamo ai nostri contenuti. Si sa, infatti, che Facebook assicura una buona visibilità ai post che contengono link esterni (contrariamente a quanto faceva una volta). Ma si sa anche che un conto è la visibilità, un altro il numero di interazioni prodotte, ed il tipo di contenuto che ne genera di più sono notoriamente le immagini. Conviene quindi confezionare dei post che contengono un link (tipicamente al sito della struttura) ed un’accattivante immagine d’anteprima, che stuzzichi l’utente e lo incuriosisca a cliccarci su.
Sembra poi che gli album contenenti più immagini abbiano performance migliori della singola fotografia. Può quindi essere utile pubblicare di tanto in tanto dei mini-album (non più di 6-7 fotografie) a tema.
Creare engagment è lo scopo principale della pagina, ed uno dei modi migliori per farlo è invitare direttamente i fan ad interagire. Creare post con domande, sondaggi, quiz. Spingerli ad esprimere il proprio parere. Per esempio: chiedere loro con quale vino prodotto dalla struttura abbinerebbero uno dei piatti preparati dalla cucina.
Infine: Zuckerberg e i suoi stanno spingendo sempre più i contenuti video, soprattutto quelli caricati direttamente su Facebook (ovvero non condivisi tramite Youtube o altre piattaforme). Vale la pena provarci: si sa, dopotutto, che i social sono il luogo della comunicazione informale; un video di successo può quindi essere anche girato con lo smartphone e condiviso al volo. I risultati possono essere sorprendenti.
Insomma, le novità, come sempre, non mancano. Non resta che tenersi aggiornati e sperimentare.

Google aiuta chi scrive bene

Gli ultimi algoritmi del motore di ricerca, sempre più sofisticati, premiano chi scrive di uno specifico argomento con un lessico appropriato
Gli algoritmi di Google, si sa, sono come la ricetta della Coca Cola: nessuno sa esattamente cosa ci sia dentro. In seguito ai più recenti aggiornamenti si possono trarre però alcune conclusioni, e sono considerazioni piuttosto interessanti.
Innanzitutto, Google premia i contenuti originali. Dove per originali si intendono quelli che non si trovano spesso nel web, ovvero quelli rari, di nicchia. “Centro benessere con vino terapia e bagno nel fieno” ha più successo di un generico “centro benessere” e basta, per intenderci. Diventa quindi centrale la scelta di ogni singolo termine, di ogni sinonimo e correlazione.
Stiamo parlando, insomma, di parole chiave. Sulle quali è bene spendere un paio di dritte. Innanzitutto, non conviene esagerare. Infarcire un testo di parole chiave ripetute in continuazione non funziona, perché il testo stesso suona artificioso: Google se ne accorge e lo penalizza. Il lessico deve sempre apparire naturale, con il giusto numero di parole chiave al proprio interno. E invece importante che queste siano inserite nel corpo del testo più che nel footer o in altre parti della pagina, anche in considerazione del fatto che nelle visualizzazioni da mobile le parti accessorie vengono spesso tagliate.
Forse non tutti sanno, inoltre, che Google valuta in modo estremamente negativo gli errori di battitura e di grammatica, in quanto giudicati sintomo di sciatteria e poca cura. Vale sempre, quindi, la vecchia regola che ci hanno insegnato alle elementari: dopo aver scritto un testo, rileggerlo con attenzione (anche due volte).
Google, per concludere, si sta muovendo a passi sempre più spediti verso la cosiddetta ricerca semantica: non più semplice correlazione tra parole chiave, bensì tra aree del linguaggio, insiemi di termini legati tra loro, gruppi di contenuti. Ciò implica una maggiore attenzione nella composizione del linguaggio, ma anche una maggiore visibilità per chi lo fa bene.

lunedì 17 novembre 2014

Google e SEO: 5 consigli per produrre contenuti di qualità

Con l’ultimo algoritmo, il motore di ricerca ha affinato con cui giudica un contenuto di qualità. Conoscerli significa poterli sfruttare a proprio vantaggio

C’è una sola strada per ottenere visibilità sui motori di ricerca: produrre contenuti di qualità. E’ un mantra, quello dei buoni contenuti, e chi gestisce la visibilità on line di una struttura lo conosce bene.
Ma proviamo ad andare oltre: come fa, di preciso, Google ad individuare un contenuto di qualità? Se lo sono chiesti quelli di Econsultancy, e i risultati della loro ricerca sono interessanti: i più recenti algoritmi sviluppati a Mountain View hanno affinato le proprie armi, e ricorrono a criteri sempre più sofisticati per decidere se un contenuto è davvero di qualità, e quindi va premiato in termini di visibilità.
Dallo studio emergono 5 criteri fondamentali seguiti dal motore di ricerca: vien da sé che è quantomeno opportuno metterli in pratica, se si intende migliorare le performance del sito della propria struttura:

1- Contenuti olistici. Dove per olistico si intende “riferito ad un sistema complesso”. Tradotto: se le parole chiave che avete individuato per la vostra attività sono due o tre, non limitatevi a quelle. Cercate di usare anche i termini che direttamente o indirettamente hanno a che fare col vostro ambito d’azione. Occorre ragionare per gruppi di contenuti, insomma. Così facendo, si scopre in fretta che galassie di parole chiave attinenti ad argomenti differenti hanno quasi sempre termini in comune, il che permette di agganciare utenti che hanno effettuato ricerche per aree d’interesse anche molto differenti tra loro.
2- Lunghezza del testo. Sembra che a Google un testo piaccia né troppo lungo, né troppo corto. Secondo le ricerche più recenti, infatti, la lunghezza che ne ottimizza le performance in termini di SEO si aggira attorno alle 975 parole – 8313 caratteri: circa due cartelle di Word.
3- Leggibilità del testo. A Mountain View ritengono che un testo di facile comprensione vada premiato rispetto ad uno più ostico. Per farlo, hanno fatto ricorso alla scala di leggibilità Flesch. Per ottenere buone performance con i propri contenuti, occorre applicare la formula qui sotto, e cercare di ottenere un risultato che si assesti tra il 73 e il 74. Non è semplicissimo, ma sembra funzionare.
4- Meno pubblicità. I siti dove compaiono meno inserzioni pubblicitarie rispetto alla media, vengono premiati.
5- Più immagini. Le immagini, si sa, hanno un ruolo chiave nella comunicazione on line. I siti che ottengono le performance migliori ne hanno tra le 6 e le 8 per pagina.

Insomma, non resta che mettere in pratica i 5 punti riguardo al sito della propria struttura, e osservare i risultati.

martedì 7 ottobre 2014

I contenuti e l’effetto “un articolo tira l’altro”

Che si tratti di un blog o della Pagina Fan su Facebook, inserire nei post link che rimandano a contenuti precedenti è un ottimo modo per fidelizzare il lettore e far crescere l’engagement

E’ una tecnica che adottiamo anche in questo blog. All’apparenza semplice, ma che necessita di un certo senso strategico per essere impiegata con profitto. Si tratta del ricorso a link che rimandano a contenuti pubblicati in precedenza, con lo scopo di trattanere più a lungo il lettore affinché si fidelizzi, aumentare l’engagement e ottenere l’effetto “un articolo tira l’altro”.
Un esempio concreto? Beh, visto che parliamo di blog, in passato ci siamo chiesti: vale la pena per una struttura ricettiva averne uno? Se ti interessa la domanda, qui trovi un paio di risposte.
Se ti abbiamo incuriosito e hai cliccato sul link per andare a leggere quel vecchio pezzo del febbraio 2014, vuol dire che l’effetto “un articolo tira l’altro” ha funzionato. Questa tecnica serve ad ottenere un altro risultato importante: fa molto bene in termini di SEO, quindi aumenta la visibilità del blog sui motori di ricerca per determinate parole chiave.
Non solo. La tecnica dei link interni può funzionare anche fuori dal blog. E del resto, non tutti ne hanno uno. Ma moltissime strutture ricettive, ormai, hanno una Pagina Fan su Facebook. E l’effetto “un articolo tira l’altro” si può ottenere anche qui. In due modi distinti: con link esterni (per esempio, appunto al blog), ed interni (cioè a post pubblicati in passato sulla Pagina.
In riferimento ai primi, il social di Zuckerberg tenderà a premiarli se noterà che i fan ci cliccano su e che portano interazioni. Ovvero, che presumibilmene si tratta di contenuti di qualità. Come del resto abbiamo già scritto una delle ultime novità dell’algoritmo di Facebook riguarda proprio la scelta di premiare in termini di visibilità i link che rimandano a contenuti esterni di qualità.
In riferimento invece ai link che rimandano a post pubblicati in passato sulla stessa Pagina Fan, inutile dire che tendono a piacere molto a Facebook, per il semplice motivo che contribuiscono a trattenere l’utente sulla piattaforma: tenderanno quindi ad ottenere una buona visibilità.
Che si tratti del blog o della Pagina Fan, la strategia dei link interni va ovviamente adottata “cum grano salis”: senza esagerare, perché inserire un link ad ogni parola non solo è antiestetico, ma anche controproducente; e soprattutto tenendo bene a mente una strategia comune sul lungo periodo: è importante che le parole chiave dei link restino simili anche a distanza di mesi o anni.
Si può anche pianificare un percorso editoriale che porta a pubblicare articoli dedicati ad uno specifico argomento in un determinato giorno della settimana, o in una certa settimana del mese, per esempio sempre la terza. E’ un modo per abituare il lettore a trovare certi contenuti quando se lo aspetta – lo adottano anche i quotidiani, del resto – e a cliccarci su per andare a rileggere i vecchi articoli.
Insomma: la tecnica dell’ ”un post tira l’altro” suggerisce un sacco di spunti. Come al solito, non resta che provare a metterli in pratica, sperimentare e stare a vedere l’effetto sortito sui propri lettori.


Avere successo su Pinterest: i consigli del social degli spilli

Alcune dritte provenienti dagli uomini del “social dei desideri” per ottenere visibilità

Pinterest è facile, divertente da usare, piace a molti (soprattutto alle donne) ed è il primo social network nelle statistiche sul passaggio dalla visualizzazione di un contenuto all’acquisto on line.
Tutto molto bello, ma riusciamo a ottenere visibilità con le immagini che pubblichiamo? Per dare una mano a chi si pone questa domanda e magari gestisce l’account di una struttura ricettiva, lo staff di Pinterest ha inviato un articolo agli iscritti alla sua newsletter “Pinterest for business”, contenente 5 consigli su come pubblicare Pin di successo. Eccoli qui di seguito.
Pensare mobile-friendly: la maggior parte degli utenti di Pinterest vi accede da smartphone o tablet. E’ molto utile, quindi, pubblicare foto verticali, e corredarle di didascalie brevi e concise. Può servire anche accedere alle proprie bacheche da mobile per vedere “l’effetto che fa”.
Evitare i collage. Soprattutto nel caso di strutture ricettive o paesaggi, i collage contenenti troppe immagini rischiano di risultare pasticciati, confusi ed antiestetici. Meglio condividere le foto singolarmente.
Didascalie brevi sì, ma presenti e con link. Ok la sintesi nella descrizione delle immagini, ma un rimando alla struttura deve sempre essere presente, altrimenti tutto il lavoro sarà inutile. Meglio se bilingue. Fondamentale, ovviamente, anche un link al sito.
Non puntare sulle offerte speciali. Può venire istintivo pubblicare contenuti legati a sconti e promozioni, ma si tratta di un possibile boomerang: le offerte speciali limitate nel tempo prima o poi finiscono, e si rischia di ritrovarsi in bacheca pin non più attuali o peggio “scaduti”, con un pessimo effetto per chi li visualizza.
- Ricorrere ai marketing territoriale mediante l’utilizzo dei place pin. Cosa sono i place pin? Ne abbiamo parlato qui.
Idee e spunti per “board” di successo sul social dei desideri. La tua struttura ricettiva è pronta?

martedì 2 settembre 2014

Facebook premia i contenuti di qualità

A Menlo Park dichiarano guerra ai link “furbi” e puntano a valorizzare i post che piacciono davvero agli utenti
“Incredibile: guarda cosa combina questo gattino”. “Il video che ha commosso il web, clicca qui”. Sono migliaia gli esempi che si possono fare, per indicare quel fenomeno preciso che in inglese chiamano “click-baiting”: la costruzione di contenuti acchiappa click, pensati e creati per diventare virali sui social network, Facebook in primis.
Anche per chi gestisce la pagina fan di una struttura, la tentazione di ricorrere a trucchetti del genere potrebbe farsi strada. Ma non è detto che sia una buona idea. Infatti per Zuckerberg e i suoi, questi post, benché virali, costituiscono un problema: gli utenti, dopo aver cliccato sul titolo spinti dalla curiosità, si trovano spesso di fronte un contenuto scadente, che abbandonano delusi. Il guaio è che nel frattempo quel post ha generato un gran numero di click, quindi sarà stato spinto in alto nell’algoritmo di visibilità di Facebook.
A Menlo Park avevano già ideato una strategia per combattere questi link “furbi” (ne avevamo parlato qui ), ed ora annunciano di averla ulteriormente affinata . Il trucco che sta alla base di questo meccanismo è del resto piuttosto semplice: si tratta di lasciar intuire contenuti mirabolanti, senza però specificare di preciso in cosa consisterebbero. Gli indicatori che gli uomini del social in blu hanno individuato per smascherare il trucco sono i seguenti:
- Tempo trascorso sulla pagina .Se, dopo aver cliccato su un link, gli utenti vi trascorrono in media un po’ di tempo, significa che evidentemente giudicano interessante ciò che hanno trovato. Se al contrario ritornano su Facebook subito dopo, hanno probabilmente giudicato deludente il contenuto.
- Le interazioni con il contenuto, una volta tornati su Facebook. Se dopo aver letto un articolo molti utenti cliccano mi piace o lo condividono su Facebook, si tratta evidentemente di qualcosa di interessante. Meno, se non ci sono interazioni.
Zuckerberg, si sa, non ama che i suoi utenti abbandonino il social network. Ma se proprio devono farlo, sembra voler dire il CEO di Facebook, deve accadere per contenuti di qualità, che noi avremo selezionato per loro.
Insomma, un po’ come gli ultimi algoritmi di Google tendono sempre più a premiare i contenuti di qualità ai fini del SEO, così anche Facebook sembra muoversi nella stessa direzione per quanto riguarda la visibilità dei post pubblicati dalle pagine fan. Creare contenuti di qualità ed evitare facili scorciatoie sembra quindi il mantra del web 2.0. Un dogma da tenere bene a mente, per chi fa social media marketing per la propria struttura.




lunedì 7 luglio 2014

Instagram per strutture ricettive, qualche dritta


Il social delle immagini in stile Polaroid è sempre più popolare: ecco alcuni consigli per ottimizzarne l’utilizzo a fini di social media marketing
200 milioni di utenti attivi al mese, 20 miliardi di immagini condivise (60 milioni al giorno), 1,6 miliardi di like. I numeri di Instagram fanno impressione e confermano che il social delle immagini quadrate in stile vecchie Polaroid è ormai una parte fondamentale in un piano di social media marketing completo. Ma siamo sicuri di utilizzarlo al meglio?
Innanzitutto, la considerazione all’apparenza più banale: quando scattiamo una foto da pubblicare su Instagram, teniamo a mente il fatto che una volta condivisa sarà quadrata? Non è un dettaglio irrilevante: mentre scattiamo ci appare la consueta immagine rettangolare, ma la app la taglierà, rivoluzionandone il formato; è bene tenerlo a mente, nel momento in cui si scatta.
Per il profilo di una struttura ricettiva, poi, è fondamentale la bio. Deve essere breve, chiara ed esaustiva, possibilmente bilingue italiano\inglese, e comprendere le informazioni di contatto e il link al sito aziendale.
Anche su Instagram, come su ogni social , è poi di fondamentale importanza capire qual è il momento della giornata migliore per pubblicare. A questo scopo sono disponibili servizi come iconosquare , che aiutano nell’analisi degli orari in cui ottenere più visibilità e maggior engagement.
Infine, gli hashtag. Chi usa Instagram lo sa bene: è forse il social dove vengono utilizzati con maggior frequenza, più ancora che su Twitter. C’è però un problema: spesso se ne usano tantissimi. E’ ormai frequente imbattersi in immagini corredate da 10 o più hashtag (se ne possono utilizzare fino a 30 per volta). Ovvio che in un contesto così affollato di cancelletti, fare centro usando gli hashtag giusti diventa cruciale, ma anche difficile: fondamentale individuare quelli più diffusi ed utilizzati dal proprio target di riferimento. Lo si può fare tramite la funzione ricerca della app.
Per conculere, perché non fare un pensierino alle local community? Sul sito Instagramers Italia  si trova infatti una mappa dei gruppi locali di “instagramers”. Si tratta di community di appassionati che organizzano periodicamente contest ed eventi legati al territorio: potenziali alleati.

martedì 3 giugno 2014

Twitter, un paio di idee per avere successo

Due semplici suggerimenti per ottenere risposte e retweet sul social dei cinguettii

Twitter? C’ho provato, ma dopo un po’ ho lasciato perdere”. Capita spesso di ascoltare affermazioni simili, e del resto si tratta di un atteggiamento comprensibile: il social dei cinguettii può risultare, più di altri, ostico ai profani: menzioni, retweet, “stelline” (cioè aggiunte ai preferiti) e, soprattutto, il limite dei 140 caratteri e il fatto che sia difficile ottenere visibilità (cioè incrementare il numero dei follower), sono fattori che concorrono nel rendere il social dell’uccellino blu un luogo da cui molti preferiscono tenersi lontani.
Ed è un vero peccato, perché in realtà, una volta presaci confidenza, Twitter si rivela un social molto più dinamico di altri, dove le occasioni di interagire, fare nuove conoscenze, leggere cose interessanti e dire la propria si presentano con una facilità ed una continuità sorprendenti (a patto di possedere due requisiti: interessi di qualche tipo, e cose da dire sugli stessi).
Ecco allora qui di seguito due semplici idee per guadagnare follower interessati a ciò che abbiamo da dire.
Innanzitutto: il limite dei 140 caratteri non impedisce di inserire nei tweet dei link che rimandano a risorse esterne, come il sito aziendale, la pagina Facebook o un blog. Ora, nell’era del web 2.0 e del social media marketing, qualsiasi cosa abbiamo da dire, il modo in cui lanciamo un contenuto è importante quanto il contenuto stesso. Quante volte ci è capitato di cliccare su un articolo, o di soffermarci a leggere un contenuto su un giornale, perché il titolo ci ha incuriosito? Bene: quando dobbiamo decidere come lanciare un contenuto, diventiamo tutti titolisti. Il che vale soprattutto per Twitter: riuscire a infilare in 140 caratteri il link che vogliamo condividere, più una frase di lancio che funzioni e magari un paio di hashtag e una foto, può non essere semplice, ma riuscire a farlo in maniera convincente è indispensabile se desideriamo che qualcuno ci clicchi su. Ancora meglio: se vogliamo che qualcuno lo retwitti. La domanda da porsi è: se fossi un lettore e mi trovassi di fronte questo contenuto, lo troverei così interessante e ben confezionato da condividerlo con i miei follower?
Infine: twitter è un social network. E sui social network, per definizione, si discute. Ora, si dà il caso che il social dei cinguettii sia il luogo ideale dove seguire le tendenze del momento, gli eventi in atto, le ultime notizie e le novità su qualsiasi argomento. Un buon modo per guadagnare followers e ottenere visibilità diventa allora quello di essere sempre sul pezzo: mostrarsi aggiornati, essere presenti all’inaugurazione di un evento e twittare qualche foto con l’hashtag giusto, che magari in quel preciso momento è in vetta ai trend topics (le classifiche degli hashtag più utilizzati).
Ancora meglio: anticipare le tendenze. Se la settimana prossima si terrà, per esempio, una fiera enogastronomica nella nostra zona, sarà buona pratica iniziare a twittare con qualche giorno di anticipo specificando che saremo presenti con il nostro stand, e che daremo tutte le informazioni sull’evento. A questo punto, chi è interessato inizierà a seguirci per ricevere i nostri aggiornamenti.
Insomma, superato l’imbarazzo iniziale, anche Twitter può regalare qualche soddisfazione. Insieme a nuova visibilità per la nostra attività e la nostra struttura.

lunedì 5 maggio 2014

Facebook e la guerra ai link furbetti

Il social di Zuckerberg ha recentemente introdotto una serie di modifiche che premiano i link che piacciono davvero agli utenti

Oltre un miliardo e duecento milioni di utenti, il 63% dei quali attivo quotidianamente. Sono i numeri stratosferici di Facebook, da tempo fenomeno globale che non accenna a rallentare la propria crescita.
Ma quali sono le chiavi del suo successo? Comprenderlo è evidentemente importante per chiunque faccia social media marketing, perché significa avere ben chiari i meccanismi ed i contenuti che generano interesse nelle persone. Bene, a tale scopo, può essere utile sapere che Facebook ha recentemente introdotto una serie di novità nell’algoritmo che premia o meno, in termini di visibilità, i post contenenti link che portano all’esterno.
Per comprendere bene cosa è successo, occorre fare un passo indietro. Ciò che interessa a Zuckerberg e ai suoi è, evidentemente, mantenere le persone il più a lungo possibile su Facebook. Per far questo, c’è bisogno che l’algoritmo faccia comparire nella bacheca di ogni utente i contenuti più interessanti per lui. I post che contengono link a risorse esterne sono tollerati (neanche Facebook può pretendere di essere un’isola senza collegamenti con il resto del web), a condizione che dopo aver visitato il contenuto pubblicato altrove, l’utente ritorni su Facebook.
Sulla base di queste considerazioni, il team di sviluppatori ha fatto ulteriori considerazioni sul valore del like. Il tasto con il pollice all’insù è uno degli strumenti alla base del successo di Facebook, perché è uno dei principali indicatori di quali contenuti funzionano, e quali no: un post che ottiene molti like diventa virale e ottiene visibilità, uno che non ne ottiene sparisce subito dalle bacheche. Semplice ed immediato, a prima vista. Ma a Menlo Park si sono accorti che le cose non erano esattamente così banali, e che il meccanismo poteva avere qualche problema.
Con il tempo, infatti, gli inserzionisti e i gestori di pagine si sono fatti furbi, hanno affinato le proprie armi ed hanno incominciato a confezionare link “acchiappalike”: titoli accattivanti ed immagini virali (gattini e cuccioli vari dicono nulla?) utilizzati per spingere gli utenti a cliccare sul contenuto, anche se in realtà questo aveva poco o nulla a che fare con il titolo e l’immagine, nient’altro che specchietti per le allodole.
Come fare, si sono chiesti a Menlo Park, per smascherare questi contenuti “acchiappalike” e ridare al tasto con il pollice all’insù il suo originario valore? C’è un unico modo: osservare il comportamento delle persone prima, durante e dopo la visualizzazione del contenuto in questione. In altre parole: se un utente clicca su un articolo de “Il Sole 24 Ore” ogni volta che gliene compare uno in bacheca, ed ogni volta resta per un po’ su link prima di tornare su Facebook (cioè presumibilmente legge l’articolo) l’algoritmo deduce che a quell’utente interessano gli articoli de “Il Sole 24 Ore”, quindi tenderà a fargliene comparire di più in bacheca. Se, al contrario, un link ottiene un gran numero di click, ma un’alta percentuale di utenti torna su Facebook subito dopo, il sistema intuisce che si tratta di un link “acchiappalike”, e lo penalizza.
Riguardo ai like: se un grande numero di persone, dopo aver letto il contenuto del link, torna su Facebook per cliccare mi piace, significa che il post è stato realmente apprezzato, e a questo punto l’algoritmo lo premierà donandogli visibilità. Il contario, se i like sono molto pochi. Lo stesso meccanismo che funziona per il tasto “mi piace” vale, ovviamente, anche per il “condividi”.
C’è un ultimo comportamento, poi, monitorato da Facebook per personalizzare i contenuti e mostrare ad ogni utente ciò che gli interessa di più: il caso di chi mette “mi piace” ad un link esterno senza prima averci cliccato su, ovvero senza averlo letto. In questa circostanza, Zuckerberg e i suoi ipotizzano che per quell’utente, quella fonte sia talmente affidabile o interessante da meritarsi un like a scatola chiusa. Ciò potrebbe valere, per esempio, per un fedele lettore de “Il Sole 24 Ore” di fonte ad un articolo sull’Euro, come per un fan di Promozione Turistica Blog davanti ad un articolo che parla di Facebook (sarebbe bello), oppure, perché no, potrebbe valere anche per un affezionato cliente di una struttura turistica di fronte al contenuto pubblicato sulla Pagina Fan della struttura stessa.
Insomma, ogni cosa, nel nuovo algoritmo, è volta ad un unico obiettivo: mantenere gli utenti su Facebook il più a lungo possibile, mostrando ad ognuno i contenuti più interessanti per lui. Ogni volta che si accede al social in blu, il sistema deve scegliere tra circa 1500 contenuti quale far comparire per primo in cima alla bacheca. E Will Cathcart, responsabile del team di gestione del prodotto che lavora sulla newsfeed degli utenti, spiega: “per noi il test perfetto sarebbe farti sedere a guardare 1500 post possibili e chiederti di metterli in ordine secondo cosa trovi più importante per te. L’obiettivo perfetto sarebbe quello”. I nuovi algoritmi lavorano proprio per simulare quella che sarebbe la scelta dei singoli utenti.
Bene: ma perché tutto questo dovrebbe interessare a chi fa social media marketing per la propria struttura? Il motivo appare evidente: conoscere i meccanismi attraverso i quali Facebook seleziona i contenuti da premiare in termini di visibilità, e quelli invece da bocciare facendoli sparire, è fondamentale per capire cosa pubblicare sulla propria Pagina Fan. Tenendo bene a mente che i link “acchiappalike” furbetti avranno vita sempre più difficile e che, al contario, verrano premiati sempre più i contenuti di qualità. Gestore avvisato…






lunedì 28 aprile 2014

Cos’è Nearby Friends, la nuova opzione di Facebook

Il social in blu dà ora la possiblità di scoprire quali amici ci sono nelle vicinanze: una nuova possibilità di marketing di prossimità?
Immaginate di essere a passeggio per il centro storico della vostra città. Aprite Facebook dallo smartphone, scrollate la bacheca e ad un certo punto scoprite che due vostri cari amici stanno facendo aperitivo in un locale appena dietro l’angolo. Non ci pensate un attimo: li raggiungete per un saluto.
Il tutto è possibile grazie alla nuova feature introdotta dagli uomini di Zuckerberg: si chiama Nearby Friends e permette di scoprire quali amici ci sono nei paraggi. E’ disponibile, per ora solo negli USA, sia per iPhone che per Android.
L’opzione ha scatenato le proteste di quegli utenti che tengono in modo aprticolare alla propria privacy, ma Facebook ha tranquillizzato tutti: Nearby Friends è attivabile e disattivabile a propria discrezione in qualsiasi momento, e si può scegliere se rendere disponibile la propria esatta posizione, o soltanto il fatto di trovarsi nei paraggi.
Ma al di là degli aspetti legati alla privacy, ciò che appare interessante è che Nearby Friends potrebbe presto rivelarsi un raffinato strumento di marketing territoriale: incentivare i propri clienti a far sapere ai propri amici che si trovano nel nostro locale è la leva su cui ha basato il proprio successo Fousquare, per esempio; ma è evidente che la visibilità garantita da Facebook presso una platea molto più vasta è tutt’altra cosa.
Nuove frontiere del marketing di prossimità, quindi, ma non solo: un’altra opzione di Nearby Friends permette di scoprire dove si trovano i propri amici mentre sono in viaggio in un’altra città o in un altro paese: a noi tutto questo suggerisce immediatamente mille idee di social media marketing, e a voi?

lunedì 31 marzo 2014

Facebook Ads: qualche trucco per migliorarle

Le inserzioni pubblicitarie sul social in blu sono uno strumento fondamentale per aumentare la visibilità della propria fan page: ecco qualche suggerimento per ottimizzarle


I tempi delle vacche grasse su Facebook, si sa, sono finiti: da tempo ormai la visibilità dei post pubblicati dalle pagine supera di poco il 10% dei fan, e per raggiungere una platea più ampia non resta che una soluzione: pagare.
Ecco perché le inserzioni pubblicitarie su Facebook continuano ad essere un importante strumento di social media marketing. Paura di buttare soldi in una campagna fallimentare? Ecco alcuni suggerimenti per ottimizzare la propria strategia ed ottenere buoni risultati dalle proprie inserzioni.
Innanzitutto, occorre avere ben chiaro un particolare: in una campagna pubblicitaria, più che le caratteristiche del prodotto o servizio che si promuove, bisogna comunicare i benefit che si hanno acquistandolo. Il potenziale cliente cui cade l’occhio sull'inserzione, infatti, molto probabilmente in quel momento non sta cercando ciò che noi vorremmo vendergli, anche se potrebbe esservi potenzialmente interessato (risveglio della domanda latente, specialmente se abbiamo fatto una buona profilazione): e ad interessarlo, in quella fase, sono proprio i vantaggi che gli derivano da ciò che abbiamo da offrirgli.
Le inserzioni, poi, offrono poco spazio: è fondamentale scegliere con cura le parole da usare per spingere le persone a cliccarci su. E seguire una strategia chiara: si può essere precisi nel descrivere i termini dell’offerta, scegliendo di essere utili; oppure si può puntare sulla suggestione e selezionare parole volte ad emozionare.

Dell’importanza di un’attenta profilazione abbiamo detto più volte. Aggiungiamo che conviene concentrare le campagne su aree geografiche specifiche, ad esempio evitando di farne su più stati contemporaneamente; e che è invece opportuno non porre troppi filtri per quando riguarda gli altri dati demografici: non sempre gli utenti compilano tutti i form, e ogni volta che si mette un filtro si perdono tutti quegli utenti che non hanno compilato quel campo.
E’ poi di fondamentale importanza la scelta dell’immagine. Che, si sa, è piccola, quindi dovrà essere d’impatto e colpire l’utente, ma soprattutto dovrà far capire chi siamo e cosa offriamo: un’immagine giusta molto spesso fa la differenza.
Insomma: mettere in piedi una campagna efficace non è semplice. Ma qualche semplice accorgimento può fare la differenza.

lunedì 24 marzo 2014

Instagram: il boom non si ferma più

Oltre 150 milioni di utenti attivi al mese, con tassi d’interazione superiori di 15 volte a quelli di Facebook: ecco perché conviene essere presenti sul social delle immagini

Instagram non si ferma più. I numeri perlano chiaro circa il successo del social delle immagini in stile vecchie Polaroid: oltre 150 milioni di utenti attivi al mese, e soprattutto tassi d’interazione che arrivano ad essere di 15 volte superiori a quelli di Facebook. Se si aggiunge che in testa alla classifica delle immagini più condivise ci sono foto di viaggi e di piatti fumanti, non è difficile capire perché essere presenti sul social degli scatti in stile vintage sia sempre più importante per una buona strategia di social media marketing.


Che il futuro della comunicazione social risieda proprio nei contenuti visuali, del resto, lo abbiamo scritto e ripetuto più volte. Può convenire allora collegare gli account Instagram e Facebook – ricordiamo che il secondo ha acquistato il primo tempo fa, intuendone le potenzialità, e a quanto pare Zuckerberg e i suoi ci avevano visto giusto per l’ennesima volta – in maniera che le immagini pubblicate sul primo compaiano anche sul secondo.
Per concludere, Instagram pare prestarsi particolarmente a coinvolgere i clienti in giochi, concorsi e contest. Per il suo carattere immediato – lo si usa da mobile – e giocoso, può infatti essere utilizzato per invitare gli ospiti presenti in struttura a sfidarsi in concorsi fotografici, scatti a tema o quant’altro, da condividere sul profilo aziendale. Un altro buon modo per aumentare il coinvolgimento della clientela, e con esso la visibilità della struttura.

lunedì 23 settembre 2013

Google+ Local: ecco come fare


Un piccolo vademecum per configurare al meglio la pagina della propria struttura

A Mountain View, evidentemente, credono molto in Google+. Tanto che le novità inerenti il social della Big G sono praticamente continue. Una delle più interessanti dell’ultimo anno, per quanto riguarda l’area business e le ricerche local, è stata la migrazione dalle vecchie pagine Google Places, alle nuove Google+ Local. Molti gestori di strutture ricettive, tuttavia, non hanno ancora effettuato il passaggio. Vediamo ora come fare, in pochi passi.
Innanzitutto, è necessario avere un account gmail, ed essere iscritti a Google+ con un normale profilo privato, come quello di Facebook. A questo punto, occorre cercare la scheda della propria struttura (se c’è) su Google Maps. Una volta trovatala, si clicca su “Gestisci questa Attività”. In breve tempo, Google invia una cartolina con un codice di verifica. Reclamata la scheda, è possibile associarla ad una nuova pagina Google+, completa di tutte le informazioni e le immagini della struttura. A questo punto, le medesime saranno visibili anche sulla pagina Local da parte di chi vi accede tramite Maps.
In teoria è tutto molto semplice, in pratica la cose si complicano un po’. Noi stessi, durante le prove, abbiamo constatato che utenti diversi visualizzano grafiche e menu differenti relativi alle proprie pagine. Il problema è che Google sta lentamente compiendo il passaggio al nuovo sistema delle pagine Local, e questo non avviene in contemporanea per tutti. Quindi alcuni utenti potrebbero già visualizzare la nuova grafica, e non avere problemi a seguire le istruzioni. Altri, potrebbero ancora visualizzare il vecchio Places. In questo caso, non resta che pazientare ed attendere il proprio turno.
L’importanza dell’operazione è in ogni caso evidente. Google+, in tutte le sue estensioni, si sta sempre più affermando come strumento per migliorare la visibilità on line e la brand reputation della propria struttura. Inoltre, la continua ascesa del mobile fa delle ricerche di prossimità una strategia di marketing fondamentale per il prossimo futuro. Ecco quindi che le pagine Local diventano uno snodo cruciale. In attesa di altre novità.

lunedì 8 luglio 2013

Hashtag su Facebook, facciamo chiarezza

Molti pensano che il loro utilizzo aiuti ad aumentare la visibilità on line della propria struttura, ma spesso non è così.

Hashtag-mania. Dopo lo sbarco su Facebook (http://pro-muoviti.blogspot.it/2013/06/facebook-arrivano-gli-hastag.html) si assiste da parte di molti ad un loro utilizzo massiccio e continuo. Molti operatori di social media marketing sono infatti convinti che l’utilizzo di un hashtag, specie se molto popolare, fornisce visibilità on line alla propria struttura. Ma è davvero così?
Innanzitutto, qual è lo scopo dell’hashtag? Come sappiamo, si tratta a tutti gli effetti di un link-parola chiave: cliccandoci su, si viene reindirizzati ad una pagina che mostra tutti i risultati nei quali compare quel preciso hashtag. Prima conclusione: inserendolo nel nostro post, potremmo ottenere il risultato di far atterrare il nostro potenziale cliente nella pagina di qualcun altro! Inserire link a risorse esterne (quale è appunto un hashtag, anche se indirettamente) è sempre rischioso, ed il pericolo è che l’utente abbandoni il nostro recinto per approdare a quello di un concorrente.
D’altra parte, è pur vero che inserire un hashtag molto popolare (es. #vacanze) in un post, ne favorisce la comparsa nella relativa pagina dei risultati, con una teorica ricaduta positiva intermini di visibilità per la nostra struttura. Anche qui, però, è bene operare un distinguo: gli hashtag più utilizzati sono davvero anche quelli più cercati? Le due cose potrebbero essere ben diverse. Se infatti è comprensibile, considerata la novità un po’ trendy degli hashtag su facebook, ed il periodo estivo, che #vacanze sia molto utilizzato, quanti utenti realisticamente cercano #vacanze su Facebook e ne scorrono i risultati? Appare quantomeno poco credibile che qualcuno decida di pianificare le proprie ferie in questo modo. Quindi, non è detto che gli hashtag popolari siano anche quali più cercati.
Il modo più redditizio di utilizzare un hashtag, è forse crearsene uno personalizzato, per esempio #eguides. In questo modo, ogni qual volta un utente vi clicca sopra, sarà direttamente o indirettamente rimandato ad una nostra attività on line: non uscirà dal nostro steccato e anzi, potrà magari decidere di seguirci perché reputa interessante ciò che abbiamo da dire. Anche in questo caso, però, è bene non esagerare: innanzitutto perché l’utilizzo del simbolo # davanti alle parole, diventato un must per alcuni utenti, provoca vere e proprie crisi di rigetto in molti altri, che lamentano una leggibilità peggiorata dei post (è uno dei limiti di Twitter, da molti ritenuto ostico e criptico per il proliferare di simboli # e @ nei tweet); d’altro canto, inserire un hashtag in un post che rimanda, per esempio, ad una pagina del nostro sito contenente un’offerta commerciale, può distogliere il cliente o potenziale tale dal fare esattamente ciò che noi vorremmo da lui in quel momento: prenotare!

lunedì 10 giugno 2013

I contenuti spezzatino: l'importanza della comunicazione veloce

E' in costante aumento la necessità di catturare l'attenzione del lettore entro pochi secondi, pena il rischio di perderlo. Vediamo come fare.
E'una tendenza assodata: la nostra capacità di restare concentrati su un post o un articolo è in continuo calo. Colpa dell'essere sempre connessi, dei social network, del continuo bombardamento di informazioni a cui siamo sottoposti. Fatto sta che, secondo recenti studi, il lettore medio presta la massima attenzione ad un contenuto per non più di otto secondi.
Poi, passa oltre. Nel 2000, tredici anni fa, i secondi erano dodici, 4 in più.
Cosa significa? Diventa evidentemente fondamentale catturare l'attenzione del lettore entro pochi secondi, trasmettere il messaggio che ci sta a cuore in maniera immediata, veloce. Poche parole: un titolo, un post istantaneo, un tweet. Come nei vecchi sms: 140 caratteri. Oppure, un'immagine. L'importante è che il contenuto sia accattivante, magnetico, insolito, esteticamente piacevole. Molti obiettano che questa tendenza ai contenuti spezzatino porti ad un appiattimento dei contenuti, una banalizzazione della comunicazione, che si limiterebbe ad esprimersi per slogan. Non è necessariamente vero, anzi. Riuscire a comunicare gli stessi contenuti in forma più sintetica è una delle grandi sfide della comunicazione moderna, e la capacità di sintesi è probabilmente la dote più apprezzabile nel web 2.0 e nel social media marketing. Non a caso, Twitter deve il proprio successo al limite dei 140 caratteri: paletto che molti giudicano fortemente limitante, ma che chi ama il social dei cinguettii ha compreso essere cruciale: costringe alla sintesi, a sforzarsi per esprimersi meglio con poche parole. E' in questo modo che si è creato un ambiente altamente meritocratico, dove chi è davvero bravi emerge ed ottiene visibilità; gli altri, semplicemente, vengono ignorati.
La sintesi è anche un grande segno di rispetto verso il lettore: sforzarsi affinché chi legge impieghi meno tempo ad assimilare il messaggio che abbiamo da comunicargli sarà sicuramente apprezzato dai destinatari delle nostre comunicazioni. Senza dimenticare che in ogni contenuto breve è sempre possibile inserire un link per un approfondimento.
Così funzionano molti account Twitter di successo: poche parole per stuzzicare l'interesse e la curiosità, ed un link ad un articolo più approfondito. Ma lo stesso trucco può essere utilizzato su Facebook, su un blog o, perché no, con le didascalie alle immagini su Pinterest.
Insomma: comunicazione spezzatino non significa necessariamente comunicazione di bassa qualità. Purché si abbiano capacità di sintesi, voglia di sforzarsi, ed inventiva.
Come sempre nel social media marketing, il successo è rigorosamente meritocratico: chi è bravo emerge.


venerdì 21 dicembre 2012

Facebook e il motore di ricerca, rivoluzione in arrivo


Da qualche tempo è possibile allestire campagne ads sul social network per essere primi
sul suo motore di ricerca, un po’ come su Google

Chi gestisce una struttura ed ha un sito web, di solito, ha un pensiero ricorrente: posizionarsi il più possibile in alto sui motori di ricerca per guadagnare visibilità, contatti e, di conseguenza, clienti. Ecco quindi il fiorire di strategie di SEO (Searc Engine Optimization) per migliorare l’appeal del sito a tale scopo. Fino ad oggi, però, tutto ciò riguardava appunto i motori di ricerca (sostanzialmente Google). Nessuno si immaginava di fare qualcosa di simile su Facebook. Anche perché, fino a qualche tempo fa, il motore di ricerca interno al re dei social network (la finestra posta in cima alla pagina) non brillava certo per efficienza. Da qualche tempo, tuttavia, le cose stanno cambiando. Da un lato, il motore di ricerca di Facebook fornisce performance più soddisfacenti. Dall’altro, il sistema delle ads a pagamento di Facebook (il meccanismo per creare inserzioni pubblicitarie o promuovere post e notizie sponsorizzate) permette di allestire campagne affinché la propria pagina compaia tra i primi risultati quando un utente effettua una ricerca per determinate parole chiave.
Il fiorire del web marketing sui social network, e delle pagine fan su Facebook, sta infatti giungendo ad una fase di maturità e maggiore consapevolezza, sia da parte degli addetti ai lavori, che da quella degli utenti. Che quindi incominciano a contemplare l’idea di effettuare una specifica ricerca (per esempio “fiere tartufo bianco piemonte”) utilizzando Facebook anziché Google. Al posto di siti web, logicamente, i risultati saranno costituiti da gruppi, eventi, pagine. Se la nostra è posizionata per le parole chiave corrispondenti a quella ricerca, comparirà tra i primi risultati. Inutile sottolineare il vantaggio in termini di visibilità e possibili contatti.
Concludiamo con una curiosità: da prove effettuate quando il servizio era appena stato lanciato (novembre) è risultato che effettuando la ricerca per la parola chiave “BMW”, la prima pagina fan a comparire era… Audi! Evidentemente, alla Casa dei Quattro Anelli hanno esperti di web social marketing più attenti che nell’Azienda dell’Elica.
Scherzi a parte, è evidente che, come sempre accade, gli albori di una nuova fase o tecnologia offrono, a chi ne sfrutta per primo le potenzialità, grandi vantaggi. In seguito, si attiva anche la concorrenza ed il gioco diventa meno remunerativo.