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martedì 19 gennaio 2016

Airbnb: fa più paura alle OTA che alle strutture

Secondo una ricerca condotta da Brian Nowak di Morgan Stanley, il noto portale spaventa maggiormente le grandi compagnie online che le piccole strutture

Chi ha paura di Airbnb? A prima vista, verrebbe da dire gli hotel tradizionali e le strutture ricettive. Ma una ricerca condotta da Brian Nowak di Morgan Stanley su 4000 viaggiatori e pubblicata su Skift  rivela che le cose stanno diversamente.
Innanzitutto, la maggior parte delle persone che utilizzano Airbnb non lo fa per evitare gli hotel tradizionali. Esiste una buona fetta, ad esempio, che dichiara di farlo come alternativa all’alloggio presso amici e parenti.
Ma il motivo principale per il quale Airbnb è visto come una minaccia più dalle OTA che dalle strutture è un altro: nel momento in cui il portale e la sua offerta alternativa di alloggi dovessero davvero iniziare a cannibalizzare la domanda alberghiera, le strutture ricettive avrebbero sempre la possibilità di lavorare con il portale stesso, anziché porsi in concorrenza con esso. Soprattutto per un motivo: mentre le OTA richiedono commissioni che partono dal 12%, Airbnb richiede (per ora) il 3% alle strutture e il 13% ai clienti.

Anche ipotizzando un aumento delle commissioni richieste da Airbnb alle strutture, questo canale potrebbe comunque restare più economico delle OTA. Ecco perché non è azzardato ipotizzare che in un futuro prossimo il portale possa diventare un canale di distribuzione importante. A cominciare dalle piccole strutture, come B&B e aziende agrituristiche. E allora per le OTA inizerebbero davvero ad essere dolori.

lunedì 1 giugno 2015

Airbnb, le ragioni del successo

Con un fatturato stimato per il 2015 di 700 milioni di euro, Airbnb è il caso del momento. Ma perché piace tanto?

I numeri parlano chiaro: Airbnb  è ormai un autentico colosso. Fondato nel 2008, oggi conta annunci in 34 mila città sparse in 200 nazioni. 25 milioni sono gli utenti che almeno una volta hanno usufruito del servizio in uno degli alloggi (oltre un milione) presenti sul sito. Il fatturato previsto per il 2015 sarà di circa 700 milioni di euro.
Ma da dove deriva questo successo? Innanzitutto, le commissioni sono basse sia per chi pubblica gli annunci, che per gli utenti: dal 6 al 12% per questi ultimi, appena il 3% per gli inserzionisti. La politica è chiara: guadagnare meno, ma guadagnare tutti. Soprattutto, puntare su un gran numero di piccoli inserzionisti, piuttosto che su poche grosse strutture (anche se qualche furbetto lo si torva sempre).
Piccolo è bello, insomma. E’ questo, dopo tutto, il vero cardine della filosofia Airbnb: trasmettere all’utente l’idea che in una struttura convenzionata si sentirà come a casa (quando si apre l’home page, non a caso, la prima cosa che si visualizza è il claim che recita “benvenuto a casa”); è che vi potrà vivere, di conseguenza, un’esperienza estremamente differente da quella che offre un classico hotel.
L’altra leva su cui fa forza Airbnb è, neanche a dirlo, il prezzo. Le strutture che compaiono su Airbnb offrono sistemazioni a prezzi logicamente inferiori rispetto all’hotel. Il che, tra l’altro, porta alcuni vantaggi: minori aspettative da parte degli utenti, e recensioni di conseguenza più positive.
Gli hotel, dal canto loro, offrono un livello di confort mediamente più elevato rispetto a chi pubblicizza la propria struttura si Airbnb. Che però può rimediare offrendo servizi personalizzati, ere e proprie “coccole”, che un albergo si sogna.
Airbnb concede poi agli inserzionisti migliori la possibilità di diventare “superhost”, e di ottenere così una specie di account premium. I requisiti per diventare superhost sono: almeno 10 ospiti in un anno, risposte veloci alle richieste degli utenti, poche prenotazioni cancellate e almeno ‘80% delle recensioni con 5 stelle.
Insomma, le opportunità di business, su Airbnb, ci sono tutte. Anche perché sbaglia chi pensa che gli annunci riguardino solo appartamenti o case private. Nella galassia delle piccole strutture, del resto, il confine tra privato e business è sfumato: basta fare qualche ricerca su Airbnb per scoprire che vi sono molti i B&B, per esempio.
Vale la pena tentare, se si ha un appartamento o qualche camera da affittare? Probabilmente sì. Ricordando però che la filosofia di fondo di Airbnb resta profondamente diversa rispetto, ad esempio, a quella di booking.com, e che gli utenti si aspettano altre cose. Soprattutto, si aspettano di “essere a casa”.

lunedì 10 giugno 2013

Recensioni on line e anonimato: verso il tramonto?

Secondo il CEO di Airbnb Brian Chesky, l'anonimato erode la fiducia reciproca, mentre favorire trasparenza e tracciabilità delle recensioni aumenta il senso di responsabilità.
E' uno dei problemi principali dei portali di recensioni on line, da Tripadvisor in giù: l'anonimato.
Se il recensore si può nascondere dietro ad una maschera che rimanda al celebre ed inquietante Anonymous, gli è "virtualmente" (è proprio il caso di dirlo) concesso tutto: dall'inesattezza, all'esagerazione, all'omissione di particolari, fino alla recensione falsa vera e propria, ed all'attacco. E i mezzi a disposizione di hotel, B&B, ristoranti ed agriturismo per difendersi sono, spesso, scarsi ed inadeguati.
Nulla da fare, quindi? Non è detto: qualcosa pare muoversi. Come spesso accade, le novità arrivano da Oltre Oceano. Nello specifico, da un'intervista rilasciata alla NBC da Brian Chesky, CEO del portale Airbnb. Si tratta di un servizio, lanciato nel 2007, che permette agli utenti di affittare case o appartamenti in ogni parte del mondo, mediante un contatto diretto tra privati. Oggi, Airbnb conta uffici sparsi in tuttil il mondo, un fatturato di milioni di dollari ed oltre 10 milioni di notti prenotate.
Ma cosa sta alla base del successo di Airbnb? Com'è facilmente intuibile, il sistema potrebbe essere a rischio truffa: come fidarsi di una persona che dichiara di affittarci un cottage in Alaska a prezzo scontato? Se giunti sul posto ci si trova di fronte ad un rudere? Per scongiurare, Brian Chesky e soci hanno puntato tutto sulla trasparenza. in pratica, gli utenti sono invitati a rendere verificata la propria identità tramite un sistema di controlli incrociati: dalla verifica dei profili Facebook o Linkedin, al proprio numero di cellulare, fino alla verifica tramite un documento di identià, come il passaporto. L'utente che ha completato la trafila dei controlli incrociati ottiene lo status "Verified ID". E con questo, una credibilità maggiore: si sa chi è, è rintracciabile, quindi sarà molto più responsabile nell'esprimere i propri giudizi on line.
Ma quelli di Airbnb vanno oltre: il futuro di questi servizi, dicono, risiede in un'integrazione sempre più forte tra on line e off line. "Immaginate", dice Chesky, "di arrivare in un hotel e fare check in tramite verifica del vostro profilo Facebook".
L'unico problema, evidentemente, è l'atteggiamento delle persone: sarebbero disponibili gli utenti ad offrire tutti i loro dati? Secondo Chesky, dai feedback ricevuti la gente è favorevole al sistema, se aiuta la trasparenza e la credibilità. E' questo il futuro delle recensioni on line? E giganti come Tripadvisor, resteranno dalla finestra o cercheranno di recuperare il terreno perduto?