Ostico per molti, il social degli uccellini può rivelarsi utile. A patto che…
O lo ami o lo odi. Twitter non conosce mezze misure e divide il popolo della rete tra coloro che lo utilizzano in maniera compulsiva, e quelli (la maggior parte) che hanno un rifiuto fisiologico verso hashtag, menzioni e retweet. E che di conseguenza non prendono nemmeno in considerazione l’idea di utilizzarlo come strumento di web marketing per la propria attività.
In realtà anche Twitter, se usato bene, può essere uno strumento utile per un hotel, un ristorante, un agriturismo o un B&B. Innanzitutto, ovviamente, è fondamentale superare lo scoglio iniziale: l’Uccellino Blu tende a risultare ostico per chi è alle prime armi. L’utilizzo degli hashtag complica la lettura per chi non vi è abituato, ed il limite dei 140 caratteri può apparire troppo restrittivo. In realtà, una volta abituatisi, si scopre che tutto funziona in modo naturale. A questo punto, è fondamentale tenere bene a mente una vecchia regola, che vale per tutti i social (Facebook compreso): meglio pochi ma buoni. In altre parole, è poco remunerativo (oltre che dispendioso) dare la caccia ad un grande numero di persone per aumentare rapidamente il numero dei propri follower (qui in ogni caso, una guida rapida per chi volesse sperimentare gli annunci pubblicitari), se poi questa platea non è davvero interessata a ciò che abbiamo da dirle, e alla nostra attività. Molto meglio concentrarsi sul proprio orticello, far sì che i follower siano autentici e convinti sostenitori della nostra attività, e soprattutto curare il rapporto con loro.
Qui viene il bello. Cosa fare per ottimizzare le interazioni con i propri follower? Ricordiamo che un retweet equivale ad un condividi su Facebook: amplifica in modo esponenziale la visibilità di un tweet, e porta di conseguenza nuovi follower. Innanzitutto, occorre pensare al momento più adatto per twittare. Le Twitt List (TL) degli utenti sono infatti dei nastri trasportatori che scorrono velocissimi: un tweet viene trascinato in basso e scompare nell’arco di poco tempo, molto più in fretta di quanto avvenga su Facebook. La scelta del momento in cui twittare si rivela quindi strategica. Spesso, i momenti migliori sono pausa pranzo-primo pomeriggio, e ore serali prima e dopo cena. Ottimo momento, soprattutto per chi ha un’attività ricettiva, il venerdì pomeriggio, ed il week end in generale.
A questo punto, spesso, sorge un’altra domanda? Quanto Twittare? Alcuni utenti si convincono che per aumentare i propri follower occorre un gran numero di tweet giornalieri. Non è vero, anzi: twittare troppo può essere, come spesso accade, controproducente. 4 tweet al giorno possono bastare. L’importante è che ad essi segua la dovuta interazione: del resto se si chiamsa social network, un motivo ci sarà! Nulla è più antipatico di un’interazione cui segue il silenzio. Se un follower ci risponde, è fondamentale replicare a nostra volta. Se proprio siamo di corsa e non ci viene in mente nulla, c’è un comodo strumento che Twitter ci mette a disposizione: l’aggiunta ai preferiti (il simbolo della stella). “Stellinare” un tweet è un po’ l’equivalente del like messo ad un commento ad un post su Facebook: consente di ringraziare quell’utente per aver partecipato ad una nostra discussione.
Ma quali regole seguire per la scrittura dei Tweet? Innanzitutto, sebbene oggi vadano di moda e compaiano un po’ ovunque, è bene non esagerare con gli hashtag: non dimentichiamo che per molti costituiscono un ostacolo ad una lettura scorrevole, e risultano graficamente fastidiosi. Fondamentali sono poi lo stile e la correttezza grammaticale e sintattica: il limite dei 140 caratteri non è una scusa per esagerare con le abbreviazioni, e gli errori di battitura sono sempre fastidiosi.
Infine, meglio evitare di collegare gli account Twitter e Facebook. I due social network sono profondamente diversi, hanno regole differenti ed utenze con differenti abitudini. Raramente ciò che funziona su Twitter fa altrettanto su Facebook. Meglio quindi tenere gli account separati ed al limite usare Twitter, con una breve frase introduttiva e lasciata in sospeso, per incuriosire, come rampa di lancio per i post su Facebook, in modo da attrarre nuovi like e nuovi fan.
Ciò detto: le regole, sui social network, non sono mai ferree, e lo spazio per le eccezioni abbonda. Non resta che provare e sperimentare: più si riesce ad essere creativi, più si ottengono risultati.
Idee e suggerimenti di Maurizio Vellano per la promozione del tuo agriturismo, b&b, cantina, prodotti tipici, ecc...
lunedì 23 settembre 2013
giovedì 19 settembre 2013
Social e siti travel: non solo Facebook, Google+ e Pinterest guadagnano posizioni
Uno studio dell’agenzia Gygia rivela che la percentuale di login e condivisioni su siti hospitality e travel effettuate con social diversi da Facebook è in forte crescita.
Non (più) solo Facebook. Gygia, agenzia che fornisce suite di strumenti per la gestione dei social e la loro integrazione con le piattaforme web dei propri clienti (tra cui molti attivi nel settore Hospitality e Travel), ha pubblicato i risultati di uno studio inerente le attività dei visitatori sui siti in questione nel periodo tra aprile e giugno di quest’anno. E le sorprese non mancano.
Per quanto riguarda i login, infatti, Facebook continua ad essere al primo posto con il 52% degli accessi social, ma Google+ guadagna addirittura il 24%, e Yahoo il 17%. Diversi i risultati inerenti la condivisione di contenuti: dopo il dominio di Facebook con il 50%, qui infatti emergono Twitter (24%) e Pinterest (16%). In questo caso Google+ si ferma al 2%, ed in effetti non è più un mistero che il social della grande G sia percepito più come un tool di utility che come una piattaforma di condivisione vera e propria. Pinterest, dal canto suo, si conferma il social network più utilizzato nell’ambito dell’ecommerce sharing (repetita juvant: la forza delle immagini).
Insomma, se Facebook resta il re dei social network, Google+, Pinterest e Twitter guadagnano terreno e sono sempre più utilizzati, ognuno con le proprie specificità. Un motivo in più per dedicarvi attenzione.
Non (più) solo Facebook. Gygia, agenzia che fornisce suite di strumenti per la gestione dei social e la loro integrazione con le piattaforme web dei propri clienti (tra cui molti attivi nel settore Hospitality e Travel), ha pubblicato i risultati di uno studio inerente le attività dei visitatori sui siti in questione nel periodo tra aprile e giugno di quest’anno. E le sorprese non mancano.
Per quanto riguarda i login, infatti, Facebook continua ad essere al primo posto con il 52% degli accessi social, ma Google+ guadagna addirittura il 24%, e Yahoo il 17%. Diversi i risultati inerenti la condivisione di contenuti: dopo il dominio di Facebook con il 50%, qui infatti emergono Twitter (24%) e Pinterest (16%). In questo caso Google+ si ferma al 2%, ed in effetti non è più un mistero che il social della grande G sia percepito più come un tool di utility che come una piattaforma di condivisione vera e propria. Pinterest, dal canto suo, si conferma il social network più utilizzato nell’ambito dell’ecommerce sharing (repetita juvant: la forza delle immagini).
Insomma, se Facebook resta il re dei social network, Google+, Pinterest e Twitter guadagnano terreno e sono sempre più utilizzati, ognuno con le proprie specificità. Un motivo in più per dedicarvi attenzione.
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Facebook: arrivano i post embedded
E’ da poco disponibile la nuova funzione che permette di incorporare i post nel proprio sito o blog

Era nell’aria, e quest’estate la novità è finalmente arrivata. E’ ora possibile incorporare un post di Facebook (proveniente da una pagina o da un profilo privato, purché nelle impostazioni di privacy sia selezionato “pubblico”: i contenuti pubblici, infatti, sono visibili a chiunque, anche a chi non è iscritto a Facebook) direttamente in un sito web o in un blog esterno.
Farlo è molto semplice: è sufficiente cliccare sull’icona a freccia in alto a destra sul post che si vuole incorporare. Dal relativo menu a tendina, cliccare sulla voce “incorpora post”, quindi copiare il codice che compare ed incollarlo (o farlo incollare dal webmaster) sul sito o blog di riferimento.
A questo punto, il post sarà visibile direttamente da lì, ed i visitatori potranno cliccare mi piace o condividere il post direttamente dal sito dove è stato incorporato. Se invece vorranno commentarlo o cliccare su un hashtag, verranno indirizzati direttamente alla pagina (o profilo) Facebook di riferimento.
Qui una breve ma chiara guida a riguardo, in inglese, pubblicata direttamente dal team Facebook:
E’ evidente come Facebook cerchi, tramite questo servizio, di espandere ulteriormente il proprio già ampio pubblico, rendendo visibili i propri contenuti anche all’esterno e a persone non iscritte al social network. Appare subito altrettanto chiaro, tuttavia, come si tratti di un’opportunità interessante anche per chi gestisce una fan page collegata ad un sito web, magari di una struttura ricettiva. Sappiamo bene, infatti, come un’integrazione spinta tra le due piattaforme ed i loro contenuti aumenti il tasso di conversione dei contatti in richieste vere e proprie. Come sempre, quindi, non resta che sperimentare le novità.

Era nell’aria, e quest’estate la novità è finalmente arrivata. E’ ora possibile incorporare un post di Facebook (proveniente da una pagina o da un profilo privato, purché nelle impostazioni di privacy sia selezionato “pubblico”: i contenuti pubblici, infatti, sono visibili a chiunque, anche a chi non è iscritto a Facebook) direttamente in un sito web o in un blog esterno.
Farlo è molto semplice: è sufficiente cliccare sull’icona a freccia in alto a destra sul post che si vuole incorporare. Dal relativo menu a tendina, cliccare sulla voce “incorpora post”, quindi copiare il codice che compare ed incollarlo (o farlo incollare dal webmaster) sul sito o blog di riferimento.
A questo punto, il post sarà visibile direttamente da lì, ed i visitatori potranno cliccare mi piace o condividere il post direttamente dal sito dove è stato incorporato. Se invece vorranno commentarlo o cliccare su un hashtag, verranno indirizzati direttamente alla pagina (o profilo) Facebook di riferimento.
Qui una breve ma chiara guida a riguardo, in inglese, pubblicata direttamente dal team Facebook:
E’ evidente come Facebook cerchi, tramite questo servizio, di espandere ulteriormente il proprio già ampio pubblico, rendendo visibili i propri contenuti anche all’esterno e a persone non iscritte al social network. Appare subito altrettanto chiaro, tuttavia, come si tratti di un’opportunità interessante anche per chi gestisce una fan page collegata ad un sito web, magari di una struttura ricettiva. Sappiamo bene, infatti, come un’integrazione spinta tra le due piattaforme ed i loro contenuti aumenti il tasso di conversione dei contatti in richieste vere e proprie. Come sempre, quindi, non resta che sperimentare le novità.
lunedì 9 settembre 2013
Wi Fi gratuita e prenotazioni: un servizio ormai indispensabile
Diverse inchieste hanno recentemente dimostrato l’importanza di avere una wi fi gratuita nella propria struttura per incrementare le prenotazioni
Wi fi, croce e delizia delle strutture ricettive italiane. Da un lato, i recenti sviluppi in materia inseriti nel Decreto del Fare emanato dal Governo in carica hanno riportato alla luce tutte le contraddizioni ed i limiti della legislazione italiana a riguardo. In un primo momento, è parso addirittura che l’Esecutivo intendesse ripristinare le condizioni previste dal Decreto Pisanu (obbligo di tracciabilità per ogni dispositivo che si connette alla wi fi); in un secondo momento, a seguito della vibranti proteste emerse da una larga fetta dell’opinione pubblica, il Governo ha fatto marcia indietro: tutto resta come prima. Ovvero: nessun obbligo di tracciabilità ma (e questo viene generalmente taciuto dai Media che si occupano della vicenda) responsabilità da parte del gestore della struttura ricettiva che mette a disposizione il wi fi, sulle attività on line da parte dei dispositivi connessi. Il che suggerisce che prevedere un login in grado di identificare le connessioni sia una pratica comunque consigliabile.
Lasciando da parte le beghe normative, quanto è importante avere oggi una wi fi gratuita all’interno della propria struttura ricettiva? A quanto pare, molto. Anzi, sempre di più. Lo raccontano due recenti inchieste condotte da Trivago e Intercontinental Hotel Group (IHG). Il primo ha sondato le ricerche on line di 30.000 italiani che stavano cercando una destinazione per le proprie vacanze estive, tramite un’elaborazione statistica dei filtri di ricerca utilizzati per la scelta della struttura ricettiva preferita. Ne è emerso che il wi fi gratuito è stato uno dei parametri più ricercati, secondo solo al parcheggio interno e davanti a ristorante, piscina e possibilità di portare animali. Tra i giovani, poi, il wi fi viene dato praticamente per scontato, ed in generale il servizio è considerato un must per un viaggiatore su 4.
Se un tempo, inoltre, il wi fi era ritenuto importante solo per la clientela business, oggi non è più così. Lo dimostra la ricerca condotta da IHG su 10.000 viaggiatori per lavoro in tutto il mondo. Ebbene, i risultati sono abbastanza sorprendenti: la maggior parte degli utenti, sebbene si trovasse in struttura per lavoro, non cercava il wi fi per ragioni lavorative, bensì per rimanere in contatto con i propri cari. L’aspetto social, evidentemente, è ormai irrinunciabile nelle vite di parecchie persone, sempre ed ovunque. Per il 61% dei viaggiatori, la presenza di una connessione è stata valutata più importante di TV o frigobar in camera. Il 44% ha affermato di aver insegnato a genitori ed addirittura nonni ad utilizzare servizi di chat come Skype, per poter restare costantemente in contatto. La stessa percentuale ha dichiarato di utilizzare servizi di messaggistica istantanea per poter vedere il proprio animale d’affezione rimasto a casa.
Insomma: il wi fi gratuito è sempre più irrinunciabile per un target di clienti sempre più ampio. Non resta che augurarsi che il Legislatore ne prenda atto ed emani un quadro normativo finalmente all’altezza di quelli del resto d’Europa.
Wi fi, croce e delizia delle strutture ricettive italiane. Da un lato, i recenti sviluppi in materia inseriti nel Decreto del Fare emanato dal Governo in carica hanno riportato alla luce tutte le contraddizioni ed i limiti della legislazione italiana a riguardo. In un primo momento, è parso addirittura che l’Esecutivo intendesse ripristinare le condizioni previste dal Decreto Pisanu (obbligo di tracciabilità per ogni dispositivo che si connette alla wi fi); in un secondo momento, a seguito della vibranti proteste emerse da una larga fetta dell’opinione pubblica, il Governo ha fatto marcia indietro: tutto resta come prima. Ovvero: nessun obbligo di tracciabilità ma (e questo viene generalmente taciuto dai Media che si occupano della vicenda) responsabilità da parte del gestore della struttura ricettiva che mette a disposizione il wi fi, sulle attività on line da parte dei dispositivi connessi. Il che suggerisce che prevedere un login in grado di identificare le connessioni sia una pratica comunque consigliabile.
Lasciando da parte le beghe normative, quanto è importante avere oggi una wi fi gratuita all’interno della propria struttura ricettiva? A quanto pare, molto. Anzi, sempre di più. Lo raccontano due recenti inchieste condotte da Trivago e Intercontinental Hotel Group (IHG). Il primo ha sondato le ricerche on line di 30.000 italiani che stavano cercando una destinazione per le proprie vacanze estive, tramite un’elaborazione statistica dei filtri di ricerca utilizzati per la scelta della struttura ricettiva preferita. Ne è emerso che il wi fi gratuito è stato uno dei parametri più ricercati, secondo solo al parcheggio interno e davanti a ristorante, piscina e possibilità di portare animali. Tra i giovani, poi, il wi fi viene dato praticamente per scontato, ed in generale il servizio è considerato un must per un viaggiatore su 4.
Se un tempo, inoltre, il wi fi era ritenuto importante solo per la clientela business, oggi non è più così. Lo dimostra la ricerca condotta da IHG su 10.000 viaggiatori per lavoro in tutto il mondo. Ebbene, i risultati sono abbastanza sorprendenti: la maggior parte degli utenti, sebbene si trovasse in struttura per lavoro, non cercava il wi fi per ragioni lavorative, bensì per rimanere in contatto con i propri cari. L’aspetto social, evidentemente, è ormai irrinunciabile nelle vite di parecchie persone, sempre ed ovunque. Per il 61% dei viaggiatori, la presenza di una connessione è stata valutata più importante di TV o frigobar in camera. Il 44% ha affermato di aver insegnato a genitori ed addirittura nonni ad utilizzare servizi di chat come Skype, per poter restare costantemente in contatto. La stessa percentuale ha dichiarato di utilizzare servizi di messaggistica istantanea per poter vedere il proprio animale d’affezione rimasto a casa.
Insomma: il wi fi gratuito è sempre più irrinunciabile per un target di clienti sempre più ampio. Non resta che augurarsi che il Legislatore ne prenda atto ed emani un quadro normativo finalmente all’altezza di quelli del resto d’Europa.
Google, SEO e ranking: tutto dipende dalla soddisfazione degli utenti
Recenti studi mostrano come funziona l’algoritmo di ricerca che premia i siti che hanno soddisfatto gli internauti
I reali meccanismo di funzionamento di Google, si sa, sono un po’ come la ricetta della Coca Cola: se ne parla, se ne favoleggia, ma nessuno, a parte gli ingegneri che se ne occupano, sa realmente cosa accade quando effettuiamo una ricerca. Un recente volume di Stephen Levy (In the Plex, qui su Amazon) suggerisce alcune interessanti considerazioni. Secondo Levy, gli sviluppatori di Google continuano a migliorare le prestazioni dei loro algoritmi osservando il grado di soddisfazione degli utenti durante le ricerche. Si tratta ovviamente di misurazioni molto complesse, ma alcuni dei parametri fondamentali sono abbastanza intuitivi. Levy parla infatti di “click lungo”: un click effettuato da un utente su uno dei risultati di ricerca (di solito uno dei primi nella SERP), in seguito al quale non è più tornato indietro per continuare la ricerca: evidentemente, ha trovato ciò che cercava. L’internauta che viceversa clicca su un risultato per poi tornare subito indietro, visitare un altro risultato o addirittura modificare le parole chiave della ricerca, evidentemente non è soddisfatto di quella appena effettuata e dei risultati che ne sono scaturiti.
Panda sonda costantemente tutti i siti indicizzati, alla ricerca dei livelli di soddisfazione che generano negli internauti. Più un sito soddisfa le aspettative di chi lo visita, più Panda lo premia migliorandone il ranking. I risultati vengono aggiornati ogni poche settimane.
Appare evidente a questo punto che avere un sito che soddisfa questi parametri è quantomeno desiderabile. Ma come si fa a sapere se il sito della propria attività o struttura sia in linea con quanto richiesto da Google? A Mountain View hanno pensato anche a questo, ed hanno creato un sondaggio di customer satisfaction da inserire nel proprio sito web (per ora è solo in inglese ma è gratuito e lo si trova qui ). Il tool contiene alcune semplici domande a cui visitatori che lo desiderano possono rispondere, per consentire una misurazione del loro grado di soddisfazione o insoddisfazione nella navigazione del nostro sito. Le domande sono standard, ma Google consente di inserirne di personalizzate (ad oggi solo in USA, Canada e Gran Bretagna) al costo di un centesimo di dollaro USA a risposta.
Oltre a questo, ci sono altri parametri che vengono tenuti in considerazione da Google per determinare il ranking di una pagina. Come l’assenza di barriere (l’apertura di un pop up di registrazione, così come tutto ciò che implica click aggiuntivi, risulta deleterio per la user experience del navigatore), o la velocità di caricamento.
Insomma, si può concludere che evidentemente esistono due tipi di SEO: quello rivolto ai robot, e quello rivolto agli internauti in carne ed ossa. E, per quanto simili, non è detto che si sovrappongano perfettamente. Il secondo è inevitabilmente più ricco di dettagli, di sfumature, di informazioni preziose per noi, per il nostro sito e anche per Google.
I reali meccanismo di funzionamento di Google, si sa, sono un po’ come la ricetta della Coca Cola: se ne parla, se ne favoleggia, ma nessuno, a parte gli ingegneri che se ne occupano, sa realmente cosa accade quando effettuiamo una ricerca. Un recente volume di Stephen Levy (In the Plex, qui su Amazon) suggerisce alcune interessanti considerazioni. Secondo Levy, gli sviluppatori di Google continuano a migliorare le prestazioni dei loro algoritmi osservando il grado di soddisfazione degli utenti durante le ricerche. Si tratta ovviamente di misurazioni molto complesse, ma alcuni dei parametri fondamentali sono abbastanza intuitivi. Levy parla infatti di “click lungo”: un click effettuato da un utente su uno dei risultati di ricerca (di solito uno dei primi nella SERP), in seguito al quale non è più tornato indietro per continuare la ricerca: evidentemente, ha trovato ciò che cercava. L’internauta che viceversa clicca su un risultato per poi tornare subito indietro, visitare un altro risultato o addirittura modificare le parole chiave della ricerca, evidentemente non è soddisfatto di quella appena effettuata e dei risultati che ne sono scaturiti.Panda sonda costantemente tutti i siti indicizzati, alla ricerca dei livelli di soddisfazione che generano negli internauti. Più un sito soddisfa le aspettative di chi lo visita, più Panda lo premia migliorandone il ranking. I risultati vengono aggiornati ogni poche settimane.
Appare evidente a questo punto che avere un sito che soddisfa questi parametri è quantomeno desiderabile. Ma come si fa a sapere se il sito della propria attività o struttura sia in linea con quanto richiesto da Google? A Mountain View hanno pensato anche a questo, ed hanno creato un sondaggio di customer satisfaction da inserire nel proprio sito web (per ora è solo in inglese ma è gratuito e lo si trova qui ). Il tool contiene alcune semplici domande a cui visitatori che lo desiderano possono rispondere, per consentire una misurazione del loro grado di soddisfazione o insoddisfazione nella navigazione del nostro sito. Le domande sono standard, ma Google consente di inserirne di personalizzate (ad oggi solo in USA, Canada e Gran Bretagna) al costo di un centesimo di dollaro USA a risposta.
Oltre a questo, ci sono altri parametri che vengono tenuti in considerazione da Google per determinare il ranking di una pagina. Come l’assenza di barriere (l’apertura di un pop up di registrazione, così come tutto ciò che implica click aggiuntivi, risulta deleterio per la user experience del navigatore), o la velocità di caricamento.
Insomma, si può concludere che evidentemente esistono due tipi di SEO: quello rivolto ai robot, e quello rivolto agli internauti in carne ed ossa. E, per quanto simili, non è detto che si sovrappongano perfettamente. Il secondo è inevitabilmente più ricco di dettagli, di sfumature, di informazioni preziose per noi, per il nostro sito e anche per Google.
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lunedì 22 luglio 2013
Google Penguin 2.0 : ecco cosa cambia
Il motore di ricerca lancia l’ultima versione del proprio algoritmo. Cosa succede alle SERP? E come devono regolarsi per il proprio sito i gestori di strutture ricettive?
I contenuti sono la chiave di tutto. E’ ciò che ci dice Matt Cutts, sviluppatore Google, in questo video, in cui annuncia le novità dei prossimi mesi riguardo Penguin 2.0, l’ultima versione dell’algoritmo di ricerca elaborata a Mountain View.
La tendenza è infatti quella di privilegiare, in termini di posizionamento, i siti che presentano contenuti originali, nuovi e ritenuti di qualità dall’algoritmo del motore di ricerca. Cutts preannuncia nuovi e sempre più raffinati strumenti semantici per scovare e premiare i siti con questo tipo di contenuti, anche per aree tematiche. E non a caso, una delle aree che cita è “travel”.
Cosa implica tutto ciò per chi gestisce una struttura ricettiva, con il relativo sito web? Implica che se si vuole ottimizzarne il posizionamento, occorre prestare sempre maggiore attenzione ai testi, ai termini utilizzati, ai tag. Soprattutto, occorre generare contenuti nuovi e non copiati da altre fonti.
Un altro punto su cui Matt Cutts si sofferma riguarda i link. A quanto pare, Google dichiara guerra ai siti che puntano sul numero di link in entrata per il proprio SEO. D’ora in avanti, evidentemente, premierà di più un solo link da un sito esterno ben posizionato, rispetto a molteplici collegamenti provenienti da fonti di dubbia qualità.
Cosa fare in questo caso? Senza dubbio occorre controllare periodicamente, oltre ai link presenti sul proprio sito, anche i link al proprio sito presenti sul web. Siamo certi che ci portino sempre dei vantaggi? Senza dubbio, in questo senso, appare sempre più utile l’apertura di un blog della struttura, in cui generare contenuti sempre nuovi ed originali, da linkare al sito web.
Matt Cutts di Google preannuncia anche ulteriori ed importanti cambiamenti nei prossimi mesi. A quanto pare, a Mountain View vogliono affinare sempre più le armi del proprio motore di ricerca. Che sia un modo per rispondere alla concorrenza del rivoluzionario (ne abbiamo parlato qui ) Graph Search di Facebook?
I contenuti sono la chiave di tutto. E’ ciò che ci dice Matt Cutts, sviluppatore Google, in questo video, in cui annuncia le novità dei prossimi mesi riguardo Penguin 2.0, l’ultima versione dell’algoritmo di ricerca elaborata a Mountain View.
La tendenza è infatti quella di privilegiare, in termini di posizionamento, i siti che presentano contenuti originali, nuovi e ritenuti di qualità dall’algoritmo del motore di ricerca. Cutts preannuncia nuovi e sempre più raffinati strumenti semantici per scovare e premiare i siti con questo tipo di contenuti, anche per aree tematiche. E non a caso, una delle aree che cita è “travel”.
Cosa implica tutto ciò per chi gestisce una struttura ricettiva, con il relativo sito web? Implica che se si vuole ottimizzarne il posizionamento, occorre prestare sempre maggiore attenzione ai testi, ai termini utilizzati, ai tag. Soprattutto, occorre generare contenuti nuovi e non copiati da altre fonti.
Un altro punto su cui Matt Cutts si sofferma riguarda i link. A quanto pare, Google dichiara guerra ai siti che puntano sul numero di link in entrata per il proprio SEO. D’ora in avanti, evidentemente, premierà di più un solo link da un sito esterno ben posizionato, rispetto a molteplici collegamenti provenienti da fonti di dubbia qualità.
Cosa fare in questo caso? Senza dubbio occorre controllare periodicamente, oltre ai link presenti sul proprio sito, anche i link al proprio sito presenti sul web. Siamo certi che ci portino sempre dei vantaggi? Senza dubbio, in questo senso, appare sempre più utile l’apertura di un blog della struttura, in cui generare contenuti sempre nuovi ed originali, da linkare al sito web.
Matt Cutts di Google preannuncia anche ulteriori ed importanti cambiamenti nei prossimi mesi. A quanto pare, a Mountain View vogliono affinare sempre più le armi del proprio motore di ricerca. Che sia un modo per rispondere alla concorrenza del rivoluzionario (ne abbiamo parlato qui ) Graph Search di Facebook?
Mobile e accessi al sito: la situazione
Una ricerca dell’agenzia inglese Nucleus rivela le ultime tendenze in fatto di visite ai siti web di strutture turistiche realizzate da dispositivi mobile
Il fenomeno mobile, si sa, non è più una novità. Ne abbiamo parlato diverse volte, tra cui qui : il numero di accessi al web da dispositivi mobile sta superando nel mondo quello da pc. E uno degli utilizzi più comuni in chi accede a internet da smartphone o tablet sembra essere proprio la ricerca di destinazioni per i propri viaggi. Questo, com’è ovvio, comporta un’attenta riflessione da parte delle strutture turistiche, che va dalla domanda se creare una versione mobile del proprio sito (http://bit.ly/1601ETj ) al quesito su quale strumento utilizzare a questo scopo tra sito mobile, web app e app nativa (http://bit.ly/Ve42ol ). Per districarsi in questo dedalo di possibili soluzioni, è senz’altro utile conoscere le tendenze dei propri clienti (o potenziali tali).
L’agenzia inglese Nucleus ha effettuato uno studio che si propone di andare proprio in questa direzione: se conosco usi e costumi degli utenti-clienti, posso fornire loro soluzioni che ben si adattano alle loro esigenze, e di conseguenza intercettarli con maggiore efficacia. La ricerca ha preso in esame 10 siti web che si occupano di viaggi, per un volume di 1.700,000 visitatori unici al mese.
La prima riflessione riguarda il target di riferimento di ogni struttura, e di conseguenza del suo sito web: ciò che vale, per esempio, per l’hotel posto in pieno centro in una grande città, non è affatto detto che valga anche per un piccolo agriturismo di campagna. Idem per le strutture che puntano su una clientela business, o per quelle di lusso.
In generale, in ogni caso, a dominare il mercato degli accessi da mobile sono ancora i dispositivi Apple, con oltre il 70% del mercato, sebbene la famiglia Android abbia incrementato notevolmente la propria presenza nell’ultimo anno. Alcuni dati interessanti: tra i siti che hanno come target di riferimento una clientela di alto livello, con propensione al lusso, è un forte crescita l’accesso tramite iPad; mentre i siti web destinati (anche) ad una clientela business resiste una discreta percentuale di accessi da Blackberry.
Insomma: comprendere usi e costumi della propria clientela di riferimento aiuta a capire di quali strumenti dotarsi per andare incontro alle loro esigenze. Monitorare gli accessi al sito della propria struttura tramite Google Analytics e verificare quali dispositivi mobile vengono utilizzati, è ormai una pratica che dovrebbe essere adottata da tutti. Anche per pianificare le prossime campagne pubblicitarie di Adwords.
Il fenomeno mobile, si sa, non è più una novità. Ne abbiamo parlato diverse volte, tra cui qui : il numero di accessi al web da dispositivi mobile sta superando nel mondo quello da pc. E uno degli utilizzi più comuni in chi accede a internet da smartphone o tablet sembra essere proprio la ricerca di destinazioni per i propri viaggi. Questo, com’è ovvio, comporta un’attenta riflessione da parte delle strutture turistiche, che va dalla domanda se creare una versione mobile del proprio sito (http://bit.ly/1601ETj ) al quesito su quale strumento utilizzare a questo scopo tra sito mobile, web app e app nativa (http://bit.ly/Ve42ol ). Per districarsi in questo dedalo di possibili soluzioni, è senz’altro utile conoscere le tendenze dei propri clienti (o potenziali tali).
L’agenzia inglese Nucleus ha effettuato uno studio che si propone di andare proprio in questa direzione: se conosco usi e costumi degli utenti-clienti, posso fornire loro soluzioni che ben si adattano alle loro esigenze, e di conseguenza intercettarli con maggiore efficacia. La ricerca ha preso in esame 10 siti web che si occupano di viaggi, per un volume di 1.700,000 visitatori unici al mese.
La prima riflessione riguarda il target di riferimento di ogni struttura, e di conseguenza del suo sito web: ciò che vale, per esempio, per l’hotel posto in pieno centro in una grande città, non è affatto detto che valga anche per un piccolo agriturismo di campagna. Idem per le strutture che puntano su una clientela business, o per quelle di lusso.
In generale, in ogni caso, a dominare il mercato degli accessi da mobile sono ancora i dispositivi Apple, con oltre il 70% del mercato, sebbene la famiglia Android abbia incrementato notevolmente la propria presenza nell’ultimo anno. Alcuni dati interessanti: tra i siti che hanno come target di riferimento una clientela di alto livello, con propensione al lusso, è un forte crescita l’accesso tramite iPad; mentre i siti web destinati (anche) ad una clientela business resiste una discreta percentuale di accessi da Blackberry.
Insomma: comprendere usi e costumi della propria clientela di riferimento aiuta a capire di quali strumenti dotarsi per andare incontro alle loro esigenze. Monitorare gli accessi al sito della propria struttura tramite Google Analytics e verificare quali dispositivi mobile vengono utilizzati, è ormai una pratica che dovrebbe essere adottata da tutti. Anche per pianificare le prossime campagne pubblicitarie di Adwords.
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